Oltre il sudario: Il mistero del Volto che sfugge alla morte
di Antonio Teseo
studioso della Sindone di Torino
e del Volto Santo di Manoppello
Questa mia riflessione è nata tra i banchi della chiesa, ascoltando un'istruttrice del Santuario spiegare ai pellegrini come il corpo della Sindone raffiguri un uomo morto, con gli occhi chiusi, contrapponendolo al Velo di Manoppello, che invece mostrerebbe l'istante della Risurrezione di Gesù.
È proprio partendo da questa dicotomia che mi sono spinto oltre, scontrandomi con una narrazione ufficiale — quella dei Padri Cappuccini e dei loro assistenti — che ritengo fuorviante rispetto alle evidenze scientifiche che ho raccolto attraverso le mie analisi per immagini ad alta risoluzione.
L'aspetto del volto impresso sulla Sindone, infatti, non presenta quegli occhi chiusi che una lettura frettolosa vorrebbe imporci. A un’analisi più profonda, sulla superficie del volto emergono pieghe, incroci e bande di trama che rivelano la presenza del Sudario Sepolcrale che fu posto sul capo del Signore: il Volto Santo di Manoppello (vedi fig. 1).
Questa reliquia, giunta dall'Oriente, fu traslata a Roma nell'VIII secolo, trovando dimora tra i tesori del Sancta Sanctorum presso San Lorenzo in Laterano (Tabula Magna Lateranensis). Tra il X e il XII secolo, il velo fu trasferito nella Basilica di San Pietro, dove la tradizione popolare e le leggende lo avvolsero nel mistero, identificandolo con il mitico velo della Veronica.
Poiché nell'aspetto sindonico si riscontrano: pieghe, punti d'incrocio tra ripiegature, bande di trama riguardanti il telo di Manoppello, nonchè tracce di orbite oculari esattamente sovrapponibili al Volto Santo di Manoppello (vedi fig 2), questo velo di bisso si trovava sotto la sindone e non sopra come spiegato da questa istruttrice. Il velo si rese trasparente sotto la sindone, quando la luce del volto irraggiò i teli tombali.
È in questo punto che si consuma la frattura con le spiegazioni fornite dai Cappuccini. Troppo spesso, infatti, si preferisce alimentare narrazioni che definiscono il Velo come "bisso marino" e non come puro lino giudaico, ammantarlo di una leggenda sovrannaturale, piuttosto che confrontarsi con la realtà fisica della sua sovrapposizione.
Da qui giunge una deduzione potente, supportata dalle mie scoperte fotografiche:
il Signore non ha voluto lasciarci il ritratto di un volto morto, bensì l’istantanea di un Volto non solo sfigurato dal dolore, ma già trasfigurato nella gloria della Redenzione.
Non è la maschera della fine, ma l’alba della Risurrezione.
Non a caso, nei crocifissi bizantini, Gesù viene raffigurato in modo sereno e ieratico, con gli occhi aperti, in un tutt'uno che fonde la Passione e la Risurrezione nella Gloria (vedi fig. 3).
Questo prezioso Sudario, miracolosamente scampato alle distruzioni della storia, fu messo in salvo nel XVI secolo durante il sacco di Roma dei Lanzichenecchi, venendo abilmente trasferito nella contea di un nobile locale, lontano dalle razzie, giungendo fino a noi come un silenzioso, quanto eloquente, testimone di luce.
Le prove che presento non lasciano spazio alle interpretazioni di comodo: il Volto non dorme, e la verità del Sepolcro è scritta nelle trame che il Velo ci consegna.
NB: "Forse potrò apparire presuntuoso, ma il mio desiderio è soltanto quello di far emergere la verità, liberandola da ciò che è falso."




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