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MISERICORDIAE VULTUM IN AETERNUM ADOREMUS

MISERICORDIAE VULTUM IN AETERNUM ADOREMUS

.."[O Dio] continua ad effondere su di noi il tuo Santo Spirito, affinché non ci stanchiamo di rivolgere con fiducia lo sguardo a colui che abbiamo trafitto: il tuo Figlio fatto uomo, Volto splendente della tua infinita misericordia, rifugio sicuro per tutti noi peccatori bisognosi di perdono e di pace nella verità che libera e salva. Egli è la porta attraverso la quale veniamo a te, sorgente inesauribile di consolazione per tutti, bellezza che non conosce tramonto, gioia perfetta nella vita senza fine .."
(PAPA FRANCESCO)




Fotomontaggio realizzato da Antonio Teseo
LA DIAPOSITIVITA' NEL SUDARIO DI CRISTO DEL SANTO VOLTO DI MANOPPELLO

La diapositività nel Volto Santo di Manoppello

La diapositività nel Volto Santo di Manoppello
LE PIEGHE DEL S.S. SUDARIO DI CRISTO DEL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO RINTRACCIABILI NELL'IMMAGINE DELLA S. SINDONE DI TORINO.
SOVRAPPONENDO AL COMPUTER LA FIG. 1 DELLA S. SINDONE ALLA FIG. 3 DEL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO, MEDIANTE L'UTILIZZO DI UN FILTRAGGIO IN GRAFICA DI RAFFORZAMENTO DI CONTRASTO VIENE ALLA LUCE IL VOLTO CRUENTO DELLA PASSIONE DEL REDENTORE "FIG. 2". NEL VOLTO TRASFIGURATO DELLA FIG. 3, RITROVIAMO LE TRACCE EMATICHE APPENA PERCEPIBILI PERCHE' SI ERANO ASCIUGATE SUL VOLTO DEL RISORTO. ESSE SI PRESENTANO ANCHE EVANESCENTI, COME MACCHIE IMPRESSE SUL SUDARIO, PER LA SOVRAPPOSIZIONE ALLE STESSE DELLA LUCE DEL PADRE PROVENIENTE DALLA DIREZIONE IN CUI GUARDANO I MIRABILI OCCHI DEL SALVATORE.

Le pieghe del S.S Sudario di Cristo del Volto Santo di Manoppello rintracciabili nella S. Sindone

Le pieghe del S.S Sudario di Cristo del Volto Santo di Manoppello rintracciabili nella S. Sindone
IL VOLTO CHE HA SEGNATO LA STORIA

Lavoro realizzato in grafica da Antonio Teseo da vedere
con gli occhialini rosso-ciano.
L'animazione si è resa necessaria aggiungerla perché per me rivela i caratteri somatici di un uomo ebreo vissuto poco più
di 2000 anni fa.

L'IMMAGINE CHE HA SEGNATO LA STORIA

Il Miserere del celebre maestro Giustino Zappacosta (n. 1866 - m. 1945) che si canta ogni Venerdì Santo in processione a Manoppello

Giustino Zappacosta è ritenuto uno dei più grandi compositori abruzzesi vissuti a cavallo della seconda metà dell'800 e la prima metà del 900. Allievo del professore e direttore d'orchestra Camillo De Nardis nel conservatorio a Napoli, il compositore di Manoppello divenne maestro di Cappella del duomo di Chieti e insegnante nella badia di Montecassino dove gli successe il maestro Lorenzo Perosi. Nella ricorrenza del IV centenario dalla venuta del S.S. Sudario di Cristo del Volto Santo a Manoppello (1908), il sullodato professor Zappacosta, in arte G. Zameis, diresse il Coro della Cappella del Volto Santo composto dalle voci maschili addirittura di cinquanta elementi.
Tra le più belle opere del musicista ricordiamo:
Musiche sacre - il Miserere, che tradizionalmente si canta a Manoppello durante la processione del Venerdì Santo e che sentiamo nel video; Inno al Volto Santo, melodia che si esegue durante le feste in onore del Sacro Velo al termine della Santa Messa; Vespro festivo a tre voci, dedicato al maestro Camillo de Nardis; Te Deum; Missa Pastoralis "Dona nobis pacem" per coro a due voci e organo; Novena a S. Luigi Gonzaga, a 2 voci con accompagnamento d'organo o armonio.
Romanze - Spes, Ultima Dea; Quando!; Occhi azzurri e chioma d'oro; Vorrei; Tutta gioia; Polka - Un ricordo abruzzese, romanza dedicata alla sig.na Annina de Nardis, figlia del suo maestro Camillo de Nardis; Una giornata di baldoria - composizione di 5 danze: Nel viale - marcia; In giardino - mazurka; Fra le rose - polka; Sotto i ciclamini - valzer; Sul prato - dancing.

Il celebre compositore abruzzese, Francesco Paolo Tosti, oltre ad elogiare le grandi virtù di G. Zappacosta come compositore, lo definiva anche un eccellente organista e un virtuoso pianista. Nel libro intitolato "Immagini e fatti dell'Arte Musicale in Abruzzo" il maestro Antonio Piovano descrive le alte doti musicali del musicista di Manoppello a pag. 85.




L'ora in Manoppello:
METEO DAL SATELLITE

A sinistra, visione diurna in Europa; a destra, visione all'infrarosso.
Sotto, Radar, con proiezione della pioggia stimata: visione Europa e visione Italia.
Nel vedere l'animazione delle foto scattate dal satellite ogni 15 minuti, aggiungere 1 ora con l'ora solare e 2
ore con quella legale all'orario UTC.
Premendo F5, si può aggiornare la sequenza delle immagini, dopo che magari è trascorso del tempo.




www.libreriadelsanto.it
CONTEMPLAZIONE DEL S.S. SUDARIO DI CRISTO CON IMPRESSO IL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO.
NELL'ULTIMA SCENA DEL VIDEO TROVIAMO IL SUDARIO CON IL COLORE VIRTUALE DEL BISSO DI LINO GREZZO CHE NELLA TOMBA AVREBBE RICOPERTO IL VOLTO DI GESU' DOPO LA SUA MORTE. SECONDO UNA MIA ACCURATA RICERCA, LE MISURE ORIGINALI DEL TELO DI MANOPPELLO, PRIMA ANCORA CHE FOSSE RITAGLIATO NEL XVII SECOLO, ERANO ESATTAMENTE DI 2 CUBITI REALI X 2 (MISURA STANDARD UTILIZZATA DAGLI EBREI ALL'EPOCA DI GESU' PER DETERMINARE LA GRANDEZZA DEL SUDARIO SEPOLCRALE CHE VENIVA USATO PER ORNARE SOLO DEFUNTI RE O SACERDOTI).
NEL GIORNO DELLA SANTA PASQUA DEL SIGNORE, SUL VELO SAREBBERO APPARSE OLOGRAFICAMENTE IN SEQUENZA, IN UN SOLO LAMPO DI LUCE, LE IMMAGINI CHE VEDIAMO INVECE SCORRERE LENTAMENTE IN SEI MINUTI DI TEMPO.



CONTEMPLAZIONE DEL SUDARIO DI CRISTO CON IMPRESSO IL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO

IL VOLTO DI CRISTO TRASFIGURATO DALLA LUCE DEL PADRE

Lavoro eseguito in grafica 3D da Antonio Teseo da vedere con gli occhialini colorati rosso/ciano.
L'animazione virtuale del volto è servita per definire al meglio i lineamenti somatici che, come vedete, secondo uno studio antropologico è di una persona ebrea vissuta poco più di 2000 anni fa. Si tratta della sembianza di Gesù, modello per l'iconografia.
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mercoledì 26 ottobre 2016

Il Volto Santo sarebbe arrivato a Manoppello nel mese di maggio del 1506

Commento di Antonio Teseo 

sulle ricerche storiche effettuate dall'amico Fabrizio Tricca

 

Secondo quanto asserito in un discorso del 6 agosto 1909 dall'illustre P. Francesco da Collarmele, eccellentissimo scrittore ed oratore, il S.S. dudario della Trasfigurazione del Volto di Cristo sarebbe arrivato a Manoppello nel mese di maggio del 1506.

 

 

Su iniziativa del Rettore del Santuario, P. Francesco da Collarmele, in data 6 agosto, viene affisso sulla facciata dell’antica casa del Leonelli - visibile ancora oggi in Corso Santarelli, di fronte al portone della chiesa matrice di San Nocola di Bari spostato di una decina di metri sulla destra - la Lapide Commemorativa dei festeggiamenti del 1906, dopo una commovente celerazione solenne.

 

  DISCORSO DI PADRE  FRANCESCO DA COLLARMELE

 

(6 Agosto 1909)
A cura di Fabrizio Tricca

A te, o Manoppello, cittadina ospitale, graziosa e gentile, il mio riverente saluto !
A te, che rifulgi per antiche grandezze religiose e civili, devotamente m’inchino ed altamente plaudo.
Tu, o Manoppello amabile, formasti i sogni dorati della mia fanciullezza, quando seppi che possedevi il sacro, inestimabile Tesoro del Santo Volto; e, nella mia infantile semplicità, andavo ripetendo: “Dunque si può vedere in questa terra Gesù Cristo? Oh beato quel popolo che ne possiede le Adorabili Sembianze! “.
Tu fosti il mio più santo ideale quando, indossando questo abito, seppi che il Santo Volto si trovava nel Convento dei Cappuccini; tu fosti il mio palpito più nobile negli anni del mio noviziato e dei miei studi; e quando, nell’Ottobre 1898, celebrai la prima Messa, io volai col pensiero a te, o gentile Manoppello, e per te fervidamente pregai!.
E quando, nell’Ottobre 1901, camminai per la prima volta in questo Corso, dedicato al Santarelli, io provai l’ebrezza della felicità; e quando ascesi la collina del Santuario e fui davanti a quel Beatissimo Volto, oh! lagrimai di tenerezza e di amore; e, guardando un passato, e sia detto ad onore del vero, abbastanza inglorioso ed un avvenire assai lusinghiero per quel Santuario, esclamai nel silenzio del mio cuore:
“I tempi nuovi esigono una nuova forma di apostolato per questo Santuario”.
Amabile Manoppello, accettalo il mio riverente saluto! Se io fossi un poeta vorrei dedicarti le rime più belle e più sublimi, scelte sul Parnaso e dettatemi dalle Muse; se io fossi un pittore vorrei consacrarti i colori più vivi dell’iride sotto i puri raggi del sole; se io mi potessi trasformare in un delizioso giardino a te donerei i fiori più delicati e gentili; ma, non essendomi ciò consentito, eccoti, eccoti il mio cuore, o graziosa e gentile Manoppello; io ti amo assai!
II.
Questo sfogo spontaneo del mio animo, o egregi Manoppellesi, improntato a cordiale schiettezza, prende le mosse da un fatto singolare, imponente, che non ha nulla che vedere con i tanti avvenimenti che si svolgono nella linea ordinaria e naturale; ma che rientra, sotto i suoi varii e molteplici rapporti, nella linea dello straordinario e del soprannaturale. Potrà, è vero, la critica dei moderni filosofi, sotto l’ombra del dubbio, gettare il discredito sopra questo fatto; ma la storia di quattro secoli è lì per attestare, nel modo più chiaro e lampante, che il Volto Santo di Manoppello è opera di Dio, e che la sua prodigiosa venuta, come del resto la prodigiosa conservazione di quel Velo, malgrado il dente edace del tempo che tutto distrugge, sorpassa ogni umano evento, e ci dimostrano eloquentemente il miracolo.
A commemorare questo grande avvenimento è tutta intesa la presente cerimonia, e quella Lapide marmorea , nel suo muto linguaggio , mentre vi racconta , o Manoppellesi, una storia di alta predilezione per voi da parte della Divina Provvidenza, addita voi, al mondo civile e religioso, un popolo fortunato, che possiede nel suo seno l’Immagine del Figlio di Dio.
Se non che un nome, dopo quello del Volto Santo, risuona venerato e benedetto, e questo nome lo avete sempre sulle vostre labbra. Giù il cappello, curviamo la fronte, e salutiamo col più profondo rispetto il Dottor Giacomantonio Leonelli!…
Consentitemi pertanto , o egregi manoppellesi , che io in questo solenne festeggiamento, consideri il vostro Perinsegne Santuario nel suo passato e nel suo avvenire, e ne tragga argomento per migliorarne, nel più presto possibile, le sue sorti, giusta l’esigenza dei tempi moderni.
III.
Signore e Signori.
Molteplici sono le opinioni che si presentano circa la verace grandezza di un popolo. Alcuni la ripetono dalla potenza del genio e dalla forza delle armi, che gli fruttarono il grande dominio nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, non che la conquista di intere nazioni, sotto il fulgido vessillo di una vittoria impareggiabile. Dicano altri che la verace grandezza di un popolo deve ripetersi dall’elevatezza della mente, dalla magnanima nobiltà del cuore, dalla saviezza delle leggi, dalla rettitudine del governo; qualità sono queste, encomiabili, se volete, e che concorrono ad accrescere il fulgore della grandezza.
Per me sta invece che la verace grandezza di un popolo debba ripetersi dalla sua storia religiosa, che vi dice tutto un poema della sua gloria, e dei suoi incontrastabili trionfi.
E Manoppello, altamente beneficata dal sorriso dell’Eterno, accarezzata dal soave profumo dei fiori, coronata da ubertosi vigneti, sotto l’ombra degli olezzanti oliveti, Manoppello, dico nella sua storia religiosa, occupa un posto eminente. Tanto ci viene affermato dalle Chiese Parrocchiali, dai Venerabili monasteri delle Clarisse, dei Conventuali e dei Cappuccini, e dalle rinomate Badie di San Liberatore, di Arabona e di Vallebona; ed i manoppellesi si fecero mai sempre un dovere di professare alto e sentito il culto alla Chiesa Romana, fonte inesausta di ogni verace grandezza.
Anche nella storia civile Manoppello occupò sempre un posto distinto; e le sue glorie letterarie ed artistiche sono di un valore indiscutibile dal momento che parecchi figli illustri si dedicarono con intelletto d’amore, alle scienze, alle arti, alle lettere e furono di grande giovamento alla Chiesa ed allo Stato,
E qui, per debito di giustizia, ricordo i nomi celebri ed illustri del famoso Giureconsulto Bartolomeo Conti, dell’Abate di Casauria, Leonate, che per la sua straordinaria sapienza, fu degno della Porpora, del celebre filosofo e Dottore in Medicina Nicolò di Manoppello, del Giureconsulto insigne e famoso letterato, Francesco Saverio Scurci, dell’eccellente pittore Boezio Leonelli, dell’esimio poeta Camillo Marinelli, ai quali fa corona devota e gloriosa il celebratissimo Giovanni Antonio Santarelli, allievo del divino Canova, che legò il suo nome a quello di Accademie nazionali ed estere. Che se il velo della modestia non me lo vietasse direi che anche oggi Manoppello, continuando le sue civili e religiose tradizioni, consacra alla Chiesa ed alla patria, alle scienze, alle lettere ed alle arti non pochi suoi diletti figli, vanto, onore e gloria del suo natio e di tutta la regione abruzzese.
IV.
Ed ora compiacetevi, o gentili manoppellesi, seguirmi col vostro pensiero verso l’anno 1506. La Chiesa di Cristo, in quei tempi, attraversava un brutto quarto d’ora, per la nascente eresia Luterana, che minacciava la totale distruzione della cattolica fede. Sulla cattedra romana sedeva Papa Giulio II, mentre la Diocesi di Chieti era saviamente governata, dall’illustre Vescovo Giovan Pietro Carafa, il quale, più tardi, fu meritamente elevato alla dignità pontificale col nome di Paolo IV.
Fu appunto quell’anno in cui Manoppello entrava in un novello ordine di cose di gran lunga superiore alle umane, ordinarie vicende. L’eterno Donator di ogni grazia e di ogni bene compiacevasi di un glorioso figlio di questa terra fortunata, voglio dire Giacomantonio Dottor Leonelli.
L’illustre scienziato in medicina ed astronomia, Giacomantonio Leonelli, era un’anima grande per la sublimità dei suoi pensieri e per la vastità dei suoi affetti puri e santi; era una di quelle anime, che pur vivendo in questa terra, conversano continuamente col cielo, dove tengono rivolti i loro sguardi; in breve il Leonelli non poteva non essere un’anima cara a Dio, il Quale, col suo segreto celeste magnete, l’attirava sempre a sé.
Era Maggio 1506; il sole volgeva omai al tramonto, un’aura leggiera, mollemente agitava le corolle dei fiori e ne trasportava il soave gradito profumo, ed una eletta e geniale comitiva di manoppellesi, nella quale il Dottor Leonelli prendeva parte attiva ed intellettuale, sedeva in amichevole conversazione, appunto, come vuole la pia tradizione, in quella pietra rimasta, da quattro secoli, sacra ed inviolabile per ogni manoppellese.
Quand’ecco, nel meglio della conversazione, farsi innanzi un uomo sconosciuto, dall’aspetto venerando, vestito a foggia di pellegrino, come dice la storia, e, salutata, con garbo, la comitiva, fa cenno al Dottor Leonelli, indicandogli dovergli comunicare cosa delicata e di grande importanza.
Il momento è solenne, o Signore! Che sarà mai ? Quali sono i segreti che agitano quel pellegrino? Fortunata Manoppello; apparecchiati al tripudio, alla gioia, all’esultanza, perché ne hai ben donde! Il momento è solenne davvero! Giacomantonio Leonelli trovasi di fronte allo sconosciuto pellegrino nell’interno di questa Chiesa Parrocchiale di S. Nicola. Consolante spettacolo!
Il buon pellegrino, consegnando al fortunato Dottore un plico, gli dice queste memorande parole: “Prendi, o Giacomantonio, e tieni molto cara questa devozione; perché Iddio ti farà molti favori, e per essa ti renderà prospere le cose temporali e spirituali”.
O fredde ceneri di Giacomantonio Leonelli, ravvivatevi pure in questo momento, e ridonateci, sia pure per breve istante, la simpatica e maestosa persona del Grande Cittadino manoppellese, che riceveva, per il primo, Il Volto Santo di Gesù. Deh! vieni, o anima grande, nobile e virtuosa di Giacomantonio Leonelli, parla tu, in questo momento a questi illustri concittadini, ansiosi di vederti e di ascoltare la tua parola.Narraci il grande avvenimento, che oggi, dopo quattro secoli, commemoriamo; raccontaci i tuoi palpiti, i tuoi sospiri, le tue lagrime di tenerezza, la tua gioia ineffabile, il tuo indescrivibile contento. Qual cuore fu il tuo, o fortunato Dottor Leonelli, quali pensieri ti turbinarono nella mente, quando spiegasti il plico, e ti vedesti la Sacratissima Effigie del Volto Santo? Ah fu tale e tanta la salutare impressione che ricevesti nel riguardare la sovrumana bellezza del Volto Santo di Gesù che desti in dirottissimo pianto!
V.
Salve, o terra santamente invidiata, o Manoppello gentile! Deh! accogli i miei rallegramenti sinceri, le mie più vive congratulazioni per essere stata fatta degna di tanta grandezza, di tanta indiscutibile gloria! E di che temi? Di nulla devi temere dal momento che possiedi un inestimabile Tesoro, una ricchezza che non ti venne dalla terra, ma ti fu donata dal cielo.
Caro popolo diletto – Di un tal Bene possessor – Scaccia pure dal tuo petto – Ogni pena, ogni timor.
Sono già quattro secoli, o Signori; e mentre il dente edace del tempo, che tutto distrugge, abbatte, rovina ed incenerisce, non escluse le più temute monarchie, gli scettri più potenti, tuttavia un esilissimo Velo, quasi diafano, ritraente al vivo le amabili Sembianze di Cristo, si resta immutabile, indistruttibile, sfidando ognora le ire del tempo sterminatore. In quattro secoli, infatti, quante nobili istituzioni non sorsero, quanti allori non si mieterono nei campi di marte; quanti nuovi sistemi nel campo scientifico, quanti grandi conquistatori non apparvero sulla terra a riscuotere il plauso, non sempre onesto, di frenetici ammiratori? Ah! fu come un lieve rumore di una sola giornata che fuggì presto, fu come un lampo di sinistra luce apparso in un cielo nebuloso, fu come un fiore di primavera, che, superbo al mattino, declinò e morì in sul far della sera. Non così il Santuario di Manoppello, che, posto sull’amena collina, come faro luminoso degli Abruzzi e dell’Italia tutta, a sé attrae le anime dei credenti e dei non credenti; si, anche di quelli che negano Dio, che non hanno fede; i quali, loro malgrado, alla vista del Volto Santo sono costretti ad esclamare:
“Bisogna credere!”.
Fin qui, egregi manoppellesi, rifeci alquanto la storia del vostro Santuario; ed ora mi sia lecito rivolgere ansioso lo sguardo all’avvenire del Santuario medesimo per delinearvi quello che si può fare e deve farsi ad ogni costo, per migliorarne le sorti.
Il vostro Santuario, Manoppellesi, è della più alta importanza data la grande importanza del Divino Sembiante, che, quale tesoro nascosto, esso racchiude. Posso affermarvi, senza tema di smentita, che esso può gareggiare con i più celebrati d’Italia e di fuori. E chi oserà metterlo in dubbio? Se non che, confessiamolo schiettamente – e qui mi sanguina il cuore – lo straniero, non trova la maestà di un Tempio, quale si conviene ad un Santuario, ma un’oscura edicola che fa grande e orribile contrasto con la Miracolosa Effigie che in sé racchiude. In quattro secoli, nulla, ma proprio nulla si è fatto perché il Volto Santo di Manoppello avesse oggi un Tempio dove spiccassero, come un tutto armonico, l’architettura, la scultura e la pittura, che sono come l’indice della civiltà di un popolo. Di chi la colpa di questo, direi quasi, imperdonabile trascuratezza? Io, per me, provo delle difficoltà a darne un qualsiasi giudizio; tanto più che i nostri più cari antenati dormono il sonno della pace e riposano in seno a Dio.
Pace sepultis.
VI.
Quello che io posso assicurarvi, e posso anche garantirvelo, si è che nel vostro Santuario può sperarsi un migliore avvenire. E come no? Non parlano forse, nel modo più eloquente, i fatti recenti? Chi poteva mai sperare di vedere realizzata l’idea di un organo monumentale con la nuova facciata dell’esistente Chiesa, per le quali opere grandiose si spesero circa lire dieci mila? Eppure oggi è un fatto compiuto, che desta l’ammirazione dei visitatori lontani e vicini. E qui non posso non mandare una parola di alto encomio al solerte Comitato per L’Organo Monumentale, ed al Presidente di essa D. Nicola Marinelli, il quale mostrò tutta la sua energia in un’opera tanto benemerita. Chi mai poteva sperare di ricordarsi il solenne, indimenticabile festeggiamento del IV° centenario, per il quale si spesero dalle quindici alle venti mila lire? Eppure oggi è un fatto compiuto, ed il IV° centenario del 1906 rimarrà memorando negli annali della vostra cittadina, o manoppellesi! E qui adempio ad un mio dovere di prodigare il plauso più schietto e sentito all’instancabile Comitato per le feste centenarie ed all’Ill.mo D. Serafino Avv. Cav. De Tiberiis, che ne fu l’anima, e mostrò tutta la sua energica operosità, continuando così le cristiane tradizioni di sua famiglia. Chi mai poteva sperare di ricordarsi in Manoppello un Giornale del Volto Santo, che ne fosse come l’Organo, che diffondesse e divulgasse ovunque i miracoli, le grazie della Prodigiosa Divina Effigie, e ne propagasse ovunque la conoscenza? Eppure oggi è un fatto compiuto. Il Periodico “ Il Volto Santo ” percorre da capo a piedi la nostra Italia; è, nei suoi quattro anni di vita, ha reso pubblica ragione il vostro Santuario, estendendone in modo meraviglioso la conoscenza, e mostrando con prove irrefutabili che il Sacro Velo non è opera di uomo, ma opera di Dio. E qui io, in qualità di Fondatore e Direttore di esso, chieggo venia a voi tutti, o gentili manoppellesi, se, data la mia ben nota nullità, non posso fare di più e meglio ancora.
VII
Posto, o Signori, questi fatti che non si possono negare, e che rilevano altresì un meraviglioso progresso del Santuario, chi di voi dirà essere impossibile l’erezione di un Nuovo Tempio al Volto Santo? No, no, niente è impossibile a chi vuole ed a chi potentemente vuole; tutte le più grandi difficoltà saranno superate da volontà unite e compatte che giurano la realizzazione di un nobile e santo ideale.
Manoppellesi! Pronunziate, orsù, la potente ed energica parola: Vogliamo! Vogliamo il Nuovo Tempio del Volto Santo! Oh come mi consola questa vostra parola, che fa eco a quella, tante volte, da me ripetuta nel silenzio claustrale della mia cameretta! E forse che non merita il Volto Santo una nuova e più degna abitazione della presente? Orsù, avanti, egregi manoppellesi, contribuite con le vostre offerte all’erezione ed allo splendore del Nuovo Tempio, e voi affermerete la legittimità e la santità di una delle vostre più grandi glorie, e sarà come una sublime risposta all’invadente empietà che tenta tutto demolire, e trono ed altare. E non vi accorgete come oggidì si elevano monumenti ad uomini nefasti, il cui merito fu di trarre profitto dalle sventure di una nazione e di spargere nei campi di battaglia il sangue umano? E perché non potreste voi, si voi, o Manoppellesi, concorrere con offerte pienamente volontarie all’erezione di un grandioso monumento, che pubblicherà la purissima gloria di Colui, il cui Volto adorabile è la sorgente della vostra gloria, della vostra grandezza? Le mura del Nuovo Tempio , innalzandosi lentamente e tranquillamente verso il cielo , annunzieranno a tanti popoli, che invidiano alla vostra sorte, che voi amate con sentimento il progresso del Vostro Santuario, e che sapete bene accoppiare: Fede e civiltà, Religione e Patria.
Non rare volte avviene però che nei nobili e grandi ideali nascono delle diffidenze e degli sconforti, capaci di troncarne di botto le più energiche iniziative. Tanto avviene allorché si parla, in pubblico ed in privato, di migliorare le sorti del Santuario.
Spesso e volentieri si ripete al riguardo: “Oh! se ci si pensava 30, 40, 50 anni prima, a questa ora il Santuario di Manoppello godrebbe davvero una celebrità mondiale, ma ora è troppo tardi!… ” Troppo tardi? Non è più il tempo? Ma che dite mai, o amabili manoppellesi? Dite piuttosto che sono maturi i tempi per un’opera altamente benefica per la Religione e per la civiltà. Noi, figli devoti del secolo vigesimo, figli della luce elettrica, del telefono, del telegrafo senza fili, del fonografo, dell’aeroplano, figli di una incontrastabile civiltà e di un incontrastabile progresso, noi, dico, tutto possiamo ottenere oggi per migliorare le sorti del Santuario di Manoppello.
VIII.
Ed ora un augurio: Che la mia grande iniziativa d’erigere un Nuovo Tempio al Volto Santo divenga, quanto prima, un fatto compiuto e desti l’ammirazione non soltanto dell’Italia ma di tutta l’Europa.
Che la vostra Manoppello, nel nome augustissimo del Volto Santo, si circondi ognor più di luce, di amore, di grandezza e di gloria: che sia fatta subito degna di accogliere, con la ben nota ospitalità, grandi personaggi d’Italia e di tutta l’Europa, i quali, attratti dallo splendore del Nuovo Tempio, vengano a deporre l’omaggio della loro devozione ai piedi del Volto Santo. E’ questo il mio augurio, o egregi manoppellesi, e voi degnatevi di accoglierlo, perché fatto a voi con sentimento di stima e di rispetto.
Ed ora uno sguardo a quella Lapide commemorativa: essa, nel suo muto linguaggio, vi racconta quattro secoli di grande predilezione da parte della Divina Provvidenza verso di voi. Abbiatela in grande venerazione quella Lapide, la quale, nella sua freddezza marmorea, ha sempre la potenza di strappare dal vostro cuore un sospiro, dai vostri occhi una lagrima. Additatela ai vostri figli, ai vostri nipoti, specie nell’ora dell’infortunio e delle lagrime. In quella Lapide voi vi leggete, oltre quello dell’adorabilissimo Volto di Gesù, un nome degno della vostra venerazione e del vostro rispetto, dico il nome del vostro avo glorioso, Giacomantonio Dottor Leonelli. Che il suo spirito aleggi sempre intorno a voi, e vi sia di grande eccitamento a percorrere, in aria di trionfo, nella via delle più spiccate virtù religiose e civili.
Un altro nome voi leggete in quella Lapide, ma è un nome povero abbastanza ed oscuro. Esso però vi dimostra, nel più ampio significato, quanto io ami il benessere del vostro Santuario e del vostro paese. E quando saprete che il Padre Francesco da Collarmele è passato nel numero dei più, compiacetevi di ricordarvi di lui nelle vostre preghiere.
In fine, manoppellesi amabili, abbiatevi i miei più vivi ringraziamenti, per avere corrisposto pienamente al mio caldo appello, e ciò per me è una prova che io godo la vostra stima ed il vostro affetto.
Vivissimi giungano e graditi i miei ringraziamenti all’ Ill.mo Signor Sindaco ff. D. Edoardo De Blasiis ed a quei Consiglieri Comunali, che vollero onorare di loro presenza questa bella cerimonia, che ha tutta l’espressione di una vita nuova per il Santuario di Manoppello.
Salve ancora una volta, o Manoppello amabile, cittadina ospitale, graziosa e gentile, accogli il mio riverente saluto.
Salve, salve!…
P. FRANCESCO DA COLLARMELE
CAPPUCCINO

domenica 9 agosto 2015

AGGIORNAMENTI SUGLI STUDI DELLA SINDONE E DEL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO

Post in costruzione.
Gli aggiornamenti in questa pagina sono apportati con dei copia e incolla di alcuni articoli pubblicati in questo blog. L'autore è consapevole che il contenuto della relazione di studio può presentare alcune ripetizioni, le quali, però, forniscono sempre qualche nozione in più rispetto ad un'argomentazione già letta sopra. Per l'autore, il lettore deve essere sempre attento ed attivo - e mai passivo - nell'aggiornarsi, perché allo stesso tempo può anche ripassare alcune spiegazioni che magari ha già dimenticato.   

di Antonio Teseo

Nella mia ignoranza, quando seppi che Dante e Petrarca avevano narrato in alcune delle loro opere dell'esistenza di una reliquia sulla quale era impressa la vera sembianza del Signore - nel medioevo il reperto sacro si trovava a Roma e si chiamava Veronica - mi venne subito da pensare che per questa loro convinzione i due sommi poeti se ne fossero a dir poco usciti fuori di testa. Poi, però, alcuni giorni dopo, mi posi questa domanda: "E se invece era il Volto Santo la reliquia di cui avevano parlato?".

Dovete sapere, che noi cittadini di Manoppello non abbiamo una devozione per così dire semplicistica per questa Sacra Immagine. La nostra è una certezza di fede che la figura sia "il Risorto che ci appare nella Sua Luce". Proviamo la sensazione che il Santo Volto ci si materializzi dietro il bisso e che poi lo guardiamo in trasparenza. Quando lo contempliamo in preghiera, ci sentiamo come se il Signore con la sua espressione di Mitezza, di Grazia e di Misericordia ci parlasse nel cuore e nell'anima. Insomma, per il manoppellese il Volto Santo è un amico intimo con cui ci si confida, sia nei momenti felici, per ringraziarlo, sia nei momenti di difficoltà, per chiedergli aiuto. Il nostro spirito in questo caso si apre a Lui e riceve lo Spirito Santo che ci dà la forza per la fede e ci guida. Le nostre preghiere si concludono sempre ringraziando Dio con lodi e gloria, dopodiché ci sentiamo tutti rigenerati, risorti.

A Roma, i canonici di San Pietro espongono una volta l'anno in questa basilica un'immagine chiamata ancora Veronica. Sappiamo per certo che essa risulta essere ossidata dal tempo (caratteristica questa di una raffigurazione pittorica deterioratasi) e che non ha la proprietà di rendere visibile la sembianza di un volto, tantomeno quella di Gesù, e di conseguenza di non essere "l'Acheropita" ovverosia il prototipo per l'arte delle icone raffiguranti il Cristo realizzato dall'arte divina, o meglio, dalla Sapienza del Signore. A proposito di questa chiamiamola così icona, che vediamo sotto, c'è da dire che è definita da una copertura laminata in oro (peculiarità che ritroviamo nelle icone bizantine) lavorata per fare apparire i capelli e la barba a punta ad una raffigurazione stilizzata che forse un tempo era di Gesù. Da ciò, allora, possiamo desumere, che questa probabile figura fosse una delle tante acheropite sparse per il mondo, in quanto in un'epoca lontana (esattamente dopo la metà del tardo medioevo) essa evidentemente fu attinta dal Volto dei volti: per un canone voluto dalla Chiesa, sarebbe stata santificata e pertanto dell'archetipo ne avrebbe assunta la stessa sostanza (Concilio Niceno DS 601 Sessione VII del 13 ottobre 787).






Se ci rifacciamo a ciò che invece sapevano Dante e Petrarca della reliquia più importante della cristianità, cioè che la figura ivi impressa era arrivata a Roma intatta dal medioriente, e che all'epoca era denominata anche Mandylion perché si trattava del celeberrimo fazzoletto che un tempo da Gerusalemme era arrivato a Edessa portato dall'apostolo Taddeo, dobbiamo allora per forza di cose spostare la nostra attenzione non più a questa immagine, ma al Volto Santo di Manoppello. A differenza della figura venerata a Roma, sono almeno più di cinquecento anni che l'Effigie abruzzese è rimasta indelebile agli agenti atmosferici. Quindi per me e tanti altri studiosi, è certo che la vera Veronica sia la reliquia di Manoppello e che ad un certo periodo della storia essa era scomparsa da Roma (Giraldus Cambrensis, scrittore e storico -1146-1223- vera eikon -id est imago vera). Il papa, custode dell'inestimabile reperto sacro, fece passare sotto silenzio la sparizione. Se ci atteniamo alle fonti orali degli anziani vissuti a Manoppello tra il XVI e XVII secolo, riprese dal cappuccino P. Donato da Bomba per comporre la sua "Relatione Istorica" (nel libro è menzionato che il Volto Santo sarebbe arrivato nel paese abruzzese nel 1506) il papa indiziato a non aver rivelato la sparizione della Veronica, sarebbe stato Giulio II.

Queste sono dunque le prime motivazioni che mi hanno convinto della vera natura acheropita del Volto Santo di Manoppello:

1) La sua indelebilità, come pure è l'immagine della S. Sindone di Torino, agli agenti atmosferici;

2) La sua perfetta diapositività tonale che muta come un ologramma, a seconda dell'illuminazione e dell'angolo visuale, trasformandosi in almeno tre aspetti differenti;


La diapositività del Volto Santo di Manoppello.


 Qui sotto, aspetto olografico del Volto Santo differente dalla prima immagine qui in alto a sinistra.

 Altro aspetto olografico nel Volto Santo di Manoppello (questa foto è stata scattata dall'amico dott. Paul Badde, che ringrazio di cuore per avermela fatta pubblicare assieme alle altre già citate in altri post di questo blog).





3) La sua completa invisibilità contro la luce diretta, poiché i colori non fanno corpo sul telo.


In questa foto, vediamo il Volto Santo reso invisibile dalla luce diretta proveniente da fuori la basilica. La striscia in verticale che si vede a destra, è il telaio della porta della chiesa, che, facendo ombra in trasparenza sul velo, ci fa percepire a fatica solo una limitata parte d'immagine. Il riflesso di luce osservabile dal vetro che protegge l'ostensorio, all'interno del trono, ha reso un po' confusa la foto.

4) La sua trasparenza dalla quale è possibile osservare uno sfondo panoramico a cui non si sovrappone alcun tono artificiale di fondo.





Sfondi panoramici visti attraverso la trasparenza del Volto Santo di Manoppello, su cui non si sovrappone alcun tono artificiale di fondo, cioè pittorico: come vediamo, i colori sono del tutto naturali. Le persone che si scorgono nell'immagine, sono state fotografate nel momento in cui stavano per entrare in basilica dal portone principale (foto scattate da Antonio Teseo).



Ricostruzione in grafica del Volto del Risorto velato dal sudario del Volto Santo di Manoppello (elaborazione realizzata da Antonio Teseo).


Applicazione all'immagine precedente di un rafforzamento di contrasto ricavato al computer: questo filtraggio fa emergere in maniera accentuata la luce del Padre che aveva illuminato il Volto Santo, nell'attimo della risurrezione di Gesù, all'interno del sepolcro. L'aspetto del Volto così illuminato, secondo me fu visto dagli apostoli nel momento dell'Ascensione al cielo del Signore.




Per comprendere bene che cos'è il Volto Santo di Manoppello, dobbiamo meditare sull'episodio della Trasfigurazione. In questa narrazione leggiamo che Gesù ci ha rivelato alcuni particolari precisi riguardanti il giorno della sua gloria (la Risurrezione): la sua faccia era diventata splendente come il sole (Matteo, 17,2) cambiando d'aspetto (Luca, 9,29) e le sue vesti erano candide come la luce. La luce splendente sul volto di Gesù proveniente dal Padre - osservabile nell'elaborazione di sopra - aveva trasformato l'aspetto del Volto del figlio dell'uomo - che vediamo qui sotto - da natura umana ma risorta dai morti, a Luce Eterna. L'evento si era immortalato sulle vesti di Gesù, raggianti di luminosità, che nel sepolcro erano il Sudario e la Sindone (Luca, 17,24).



Si compiva così la profezia di Isaia, 52, 14-15.
In questa sovrapposizione del Volto Santo illuminato da dietro alla S. Sindone (qui sopra, fig. 2), si può osservare come dei chiarori di fondo - relativi a riflessi di luce che si erano prodotti nel sudario di Manoppello - si fossero sovrapposti all'immagine.


5) La sua immagine vista contro uno sfondo scuro, reca la luce direzionale del Padre (osservare le figure qui in basso); vista con un'illuminazione retrostante non completamente diretta, reca i riflessi della luce del Figlio irradiati con raggi dritti e paralleli (osservare e comparare le figure appena in alto).
Queste due peculiarità attestano, dunque, che il Volto Santo di Manoppello è un ologramma.






La luce del Padre che ha illuminato il Volto del Figlio: elaborazione eseguita al computer mediante un rafforzando il contrasto ad una foto del Volto Santo, il quale era stato posto contro uno sfondo scuro (risultato nella fig.2).


Applicando lo stesso procedimento ad un'altra foto del Volto Santo illuminato da dietro (fig.2), si può constatare invece come i raggi della luce di Cristo si fossero proiettati sul viso in maniera uniforme, nonostante il sudario fosse stato irradiato esternamente anche dalla luce direzionale del Padre proveniente da destra.
 



Osservare come nell'immagine del sudario, originariamente proiettata ed impressa sulla S. Sindone dalla Luce del Volto del Risorto, i raggi fossero intensamente localizzabili all'altezza delle cavità oculari, perché sotto, al di là del velo, vi erano le parti concave dei caratteri che avevano determinato dei vuoti maggiormente illuminati dalla luce. Questi raggi si erano diffusi fino ad arrivare in prossimità di quella che era "del velo che era stato posto sul volto di Gesù" una grinza orizzontale. Il segno di ripiegatura di questa piega - che in trasparenza si vede come una linea macchiata di sangue - l'ho evidenziato nella terza figura con una freccetta bianca (elaborazioni realizzate da Antonio Teseo; cliccare sulle immagini per vederle ingrandite).


 6) Nell'immagine della S. Sindone di Torino sono raffigurate: pieghe, bande e giunture che sono del sudario di bisso del Volto Santo di Manoppello.





Questo dato di fatto si attiene a quanto riportato dai Vangeli, cioè che dopo la morte di Gesù, durante la preparazione della sua salma per la sepoltura, sul suo capo fu posto un sudario (Gv. 20, 6-7) e sull'intero corpo fu fatta passare una candida sindone per avvolgerlo (Mt. 27, 57-60).

7) Le misure originali del velo di Manoppello erano confacenti con quelle standard "in cubiti reali egiziani" che i giudei, all'epoca di Gesù, usavano per ricavare preziosi sudari di finissimo bisso come corredo funebre, assieme alla sindone, per re e sacerdoti ebrei. 

In origine il sudario del Volto Santo di Manoppello era di 2 cubiti x 2 (il cubito reale egiziano veniva usato dagli ebrei all’epoca di Cristo per misurare i teli di finissimo bisso considerati preziosi per le sepolture regali). Se il Volto Santo e la S. Sindone sono le reliquie di Gesù, fu allora Giuseppe d’Arimatea a volere acquistare queste stoffe importanti per dare sepoltura in modo speciale al proprio Maestro, Re dei Giudei.

Ricerca di Antonio Teseo


Nella Relatione Historica sulla venuta del Volto Santo a Manoppello di Donato da Bomba, troviamo scritto che questo sudario di bisso era di 4 palmi x 4 (Partita poi la donna con i quattro scudi, e, disbnigato gli affari in cui era occupato nell’ora del contratto, tutto allegro e festoso l’avventurato Donat’Antonio per sì bella compra, spiegò l’Immagine la quale era nel mezzo di un velo quadrato e tutto trasparente per la rarità della tessitura, dalla grandezza di quattro palmi da ogni lato, trovò che il velo, per essere stato malamente tenuto e conservato, dopo che fu pigliato dalla casa Leonelli, era tutto stracciato, lacerato, e da tignole e tarli mangiato, totalmente corrotto, che quasi era ridotto tutto in polvere; e quelli pochi stracciarelli rimasti pendenti, non aspettando esser toccati, da se stessi cadevano in terra, fuorché la SS. Immagine, la quale sebbene era alquanto denigrata, e molto aggrinzata, era nondimeno nel resto tutta bella, intatta, e senza corruzione alcuna). Continuando con la narrazione leggiamo che fu poi un frate contemporaneo a Donat'Antonio De Fabritiis, Padre Clemente da Castelvecchio, a ritagliare il telo fino a ridurlo alle dimensioni in cui si trova oggi, cioè 17cm x 24 (Onde l’istesso P. Clemente, pigliate le forbici, tagliò via tutti quelli stracciarelli d’intorno, e punificando molto bene la SS. Immagine dalle polveri, tignuole e altre immondizie, la ridusse alla fine come adesso appunto si trova. Il sopraddetto Donat’Antonio, desideroso di godersi quella Ss. Immagine con maggior devozione la fece stendere in un telaio di legno, con cristalli dall’una e dall’altra parte, ornata con certe cornicette e lavori di noce da un nostro Frate Cappuccino chiamato Frate Remigio da Rapino (non fidandosi di altri maestri secolari).

Nel XVII secolo, ossia quando Padre Donato da Bomba compose la sua Relatione Historica, Manoppello faceva parte del Regno di Napoli e pertanto 1 palmo di allora equivaleva a 26, 25 cm: 26, 25 x 4 = 105 cm (larghezza e lunghezza del bisso del Volto Santo).

All’epoca di Gesù gli ebrei usavano misurare i teli considerati preziosi di finissimo bisso in cubiti reali egiziani (tradizioni tramandate e attinte dai Testi Sacri, 2 Cronache, 3, 3; Esodo, 38, 9): 1 cubito equivaleva a 52, 5 cm. Se moltiplichiamo 52, 5 x 2, vediamo che il risultato è esattamente 105 cm, il che significa, che il sudario del Volto Santo di Manoppello un tempo era esattamente di 2 cubiti x 2.


Per determinare le misure del sudario del Volto Santo di Manoppello fu usata la lunghezza doppia di un'asta in legno simile a quella che vediamo qui sotto


Cubito reale. lunghezza: 52,5 cm. Torino, Museo Egizio. Fonte: C. Le Blanc, A. Siliotti e prefazione di M. I. Bakr. Nefertari e la Valle delle Regine. Giunti, Firenze, 2002



Fonti vagliate per la ricerca:






Le misure della S. Sindone di Torino sono di 113 cm x 441 e quindi a prima vista uno potrebbe credere che esse non corrispondano a quelle standard usate all’epoca di Gesù. Ma se alla larghezza del lino togliamo 8 cm di una fascia ribattuta e quindi cucita ad un lato in un secondo tempo,


ecco che anche la sua larghezza in origine era di 105 cm, e cioè 2 cubiti reali egiziani.



Ma vediamo ora quanto misurava in lunghezza:



Nella scala delle unità di misura, il cubito equivaleva a 52, 5 cm; un palmo a 7,5 cm; un dito a 1,875 cm. Se consideriamo che la S. Sindone è lunga 441 cm, trasformando questa misura in dita (441: 1,875) otteniamo come risultato 235,2. Dividendo 235,2 per 28 (28 erano le dita che componevano un cubito) abbiamo come risultato 8, 4 cubiti. Quindi con sicurezza possiamo affermare che la S. Sindone in origine misurava 2 cubiti x circa 8 cubiti e mezzo.

Alcuni sindonologi sono invece convinti che il volto di Gesù sarebbe stato coperto ed asciugato dal reperto sacro di Oviedo - come sudario citato da Giov. 20, 7 -  prima che lo stesso fosse stato poi tolto con l'avvenuto avvolgimento del cadavere da parte del lenzuolo tombale.
Spiego il motivo perché questa teoria non può avere riscontro con la ricostruzione della realtà dei fatti. 



Definizione di sudario
http://www.treccani.it/enciclopedia/sudario/

Enciclopedie on line


sudario Presso gli antichi Romani, fazzoletto di lino usato per detergere il sudore; presso altri popoli antichi, per es. gli Ebrei, pezza di lino o di tela con la quale si velava la faccia della salma; faceva parte del corredo funebre del defunto, insieme con il lenzuolo e le bende che avvolgevano mani e piedi.


di Antonio Teseo


Come leggiamo sopra nell'Enciclopedia online Treccani, presso il popolo antico degli Ebrei il sudario si usava per velare la faccia della salma. La velatura presuppone che il telo di lino fosse dunque di finissimo bisso perché quasi trasparente (vedi il sudario del Volto Santo di Manoppello) e non grossolano come il panno di Oviedo.

Linea ematica da me rintracciata nell'immagine sindonica, la quale dimostra che originariamente, durante il giorno della S. Pasqua del Signore,  il sudario di Manoppello sarebbe apparso anche macchiato di sangue oltre a rivelare l'ologramma della trasfigurazione; il rivolo, come si osserva, risulta aver interessato la parte alta del bordo di una piega che non è del lenzuolo tombale ma del finissimo e trasparente velo di bisso della cittadina abruzzese: essa passa sullo zigomo destro del Sacro Volto (cliccare sull'immagine per vederla ingrandita, così da comparare meglio la particolarità della mia scoperta) 

La storia antica altresì ci ricorda che con il nome di Mandylion, (greco "μανδύλιον", in arabo: ﻣﻨﺪﻳﻞ‎, mandīl, lett. "panno, fazzoletto") si intendeva definire la reliquia più importante della cristianità perché l'immagine ivi contenuta era considerata Acheropita (Icona del volto di Gesù non fatta da mani umane impressa su un sudario dalle dimensioni quadrate come un fazzoletto). E dalla Relatione Istorica del 1640 scritta da padre Donato da Bomba, apprendiamo che in origine il sudario del Volto Santo di Manoppello aveva proprio le dimensioni di un quadrato, cioè di quattro palmi per quattro. Il palmo nel regno di Napoli, di cui Manoppello in quel tempo faceva parte, equivaleva a cm. 26,25, mentre in ogni altro regno, stato, gran ducato, ducato o repubblica marinara d'Italia, per questa unità si adottava una misura propria e dunque differente da quella presa in considerazione. Se moltiplichiamo cm. 26,25 x 4, otteniamo cm 105, che trasformati nelle misure usate dai giudei all'epoca di Gesù equivalevano esattamente a quelle standard di due cubiti reali per due (1 cubito reale, infatti, misurava cm. 52,5). 

Il reperto sacro di Oviedo è invece rettangolare (misura cm. 83 x 53) e perciò possiamo tranquillamente sentenziare che questo panno più che un sudario sia un drappo di un asciugatoio. Il termine asciugatoio lo troviamo citato in Gv. 13, 4-5.

Che cos'è in sintesi l'asciugatoio di Oviedo
Il  panno fu usato per asciugare il viso di un uomo insanguinato già morto. Dopo che venne tolto dalla faccia, fu ripiegato e appuntato dietro alla testa. Tra le chiazze si distinguono alcune impronte di dita, localizzate attorno alla bocca e al naso, lasciate probabilmente da chi stava cercando di arrestare il flusso di sangue dagli orifizi dopo che l'asciugatoio era stato avvolto sul capo. Da ingrandimenti fotografici si sono potuti osservare anche puntini di sangue causati da piccoli corpi appuntiti che probabilmente erano spine.  Le macchie che si osservano speculari su entrambi i lati del lino ripiegato, dalle analisi risultano essere composte da una parte di sangue e da sei parti di liquido edematico polmonare, sostanza che si accumula nei polmoni a causa di un decesso avvenuto per soffocamento.  Gli studiosi sono stati concordi nel sentenziare che la morte dell'uomo fosse avvenuta in seguito ad una crocifissione.
Benché dalle analisi effettuate ad un campione di filo macchiato di sangue si è anche stabilito che il gruppo ematico sia di tipo AB (lo stesso che ritroviamo nel sangue analizzato della S. Sindone e dei grumi del Miracolo Eucaristico di Lanciano), i miei studi suggeriscono che queste macchie che vediamo nel telo di Oviedo non possono essere sovrapposte 1:1 né all'immagine della S. Sindone né a quella del Volto Santo di Manoppello (figure impresse per proiezione da una luce che sarebbe quella del Volto di Cristo) perché risultano imbrattate, deformate e in aggiunta notevolmente allargate. L'allargamento si è prodotto  perché l'asciugatoio era stato premuto su una forma piramidale, qual è il naso, e sulla forma semicircolare in sezione, qual è la faccia di una persona.


Il lino di Oviedo  
 

venerdì 25 luglio 2014

IL Volto Ritrovato: la mostra che ha riscosso enorme successo in Italia e in America



In origine il sudario del Volto Santo di Manoppello era di 2 cubiti x 2 (il cubito reale egiziano veniva usato dagli ebrei all’epoca di Cristo per misurare i teli di finissimo bisso considerati preziosi per le sepolture regali). Se il Volto Santo e la S. Sindone sono le reliquie di Gesù, fu allora Giuseppe d’Arimatea a volere acquistare queste stoffe importanti per dare sepoltura in modo speciale al proprio Maestro, Re dei Giudei. 
Ricerca di Antonio Teseo
Nella Relatione Historica sulla venuta del Volto Santo a Manoppello di Donato da Bomba, troviamo scritto che questo sudario di bisso era di 4 palmi x 4 (Partita poi la donna con i quattro scudi, e, disbnigato gli affari in cui era occupato nell’ora del contratto, tutto allegro e festoso l’avventurato Donat’Antonio per sì bella compra, spiegò l’Immagine la quale era nel mezzo di un velo quadrato e tutto trasparente per la rarità della tessitura, dalla grandezza di quattro palmi da ogni lato, trovò che il velo, per essere stato malamente tenuto e conservato, dopo che fu pigliato dalla casa Leonelli, era tutto stracciato, lacerato, e da tignole e tarli mangiato, totalmente corrotto, che quasi era ridotto tutto in polvere; e quelli pochi stracciarelli rimasti pendenti, non aspettando esser toccati, da se stessi cadevano in terra, fuorché la SS. Immagine, la quale sebbene era alquanto denigrata, e molto aggrinzata, era nondimeno nel resto tutta bella, intatta, e senza corruzione alcuna). Continuando con la narrazione leggiamo che fu poi un frate contemporaneo a Donat'Antonio De Fabritiis, Padre Clemente da Castelvecchio, a ritagliare il telo fino a ridurlo alle dimensioni in cui si trova oggi, cioè 17cm x 24 (Onde l’istesso P. Clemente, pigliate le forbici, tagliò via tutti quelli stracciarelli d’intorno, e punificando molto bene la SS. Immagine dalle polveri, tignuole e altre immondizie, la ridusse alla fine come adesso appunto si trova. Il sopraddetto Donat’Antonio, desideroso di godersi quella Ss. Immagine con maggior devozione la fece stendere in un telaio di legno, con cristalli dall’una e dall’altra parte, ornata con certe cornicette e lavori di noce da un nostro Frate Cappuccino chiamato Frate Remigio da Rapino (non fidandosi di altri maestri secolari).
Nel XVII secolo, ossia quando Padre Donato da Bomba compose la sua Relatione Historica, Manoppello faceva parte del Regno di Napoli e pertanto 1 palmo di allora equivaleva a 26, 25 cm: 26, 25 x 4 = 105 cm (larghezza e lunghezza del bisso del Volto Santo). All’epoca di Gesù gli ebrei usavano misurare i teli considerati preziosi di finissimo bisso in cubiti reali egiziani (tradizioni tramandate e attinte dai Testi Sacri, 2 Cronache, 3, 3; Esodo, 38, 9): 1 cubito equivaleva a 52, 5 cm. Se moltiplichiamo 52, 5 x 2, vediamo che il risultato è esattamente 105 cm, il che significa, che il sudario del Volto Santo di Manoppello un tempo era esattamente di 2 cubiti x 2 (misure standar per ricavare il Sudarium Christi).

venerdì 11 luglio 2008

Il Volto Santo era la Camuliana, il Mandylion e la Veronica













Foto ed elaborazioni di Antonio Teseo. Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite e quindi capire meglio quanto segue.

Studio realizzato da Antonio Teseo.

Gli esiti di queste ultime ricerche che mi appresto a presentare, rivelerebbero che la famosa “Acheiropoietos” (l’immagine non realizzata da mani d’uomo) identificata nella storia una volta con il nome di Camuliana, un’altra volta con il nome di Sacro Mandylion di Edessa e un’altra volta ancora con il nome di Veronica romana, non sia altro che il Volto Santo di Manoppello. La reliquia veniva chiamata con nomi diversi, in relazione a provenienze da città diverse, perché in ognuno di questi posti era stata vista e descritta e perciò questi erano i luoghi dove l'Immagine Sacra si era trovata custodita. Nell'VIII secolo era conservata a Costantinopoli dall'imperatore, ma poi fu fatta pervenire da mani ignote a papa Giovanni VII a Roma, circa venti anni prima che nell’impero bizantino scoppiasse una persecuzione contro le immagini sacre "iconoclastia”. Della S.S. Figura, descritta nel VII secolo dal poeta di corte dell’imperatore Eraclio, Giorgio Pisides, come l’immagine della scrittura non scritta che non fu delineata da mani umane, ma che fu fatta dal logos secondo la sua arte - generato senza seme dell’uomo - dal logos che forma l’universo… e citata da Dante nel XIV secolo come l'immagine benedetta, la quale Jesù Cristo lasciò a noi per esempio de la sua bellissima figura (Dante, Vita Nova XL,1), fino a ieri nessuno conosceva una raffigurazione particolareggiata che la facesse relazionare esattamente al Volto Santo, ma da oggi, invece, ciò diventa nota a tutti (come ho il piacere di dimostrare sopra con le indicazioni sulle immagini), perché ho scoperto che nell'icona del Cristo Pantocratore incisa sulla moneta del “Solidus d’oro”, fatta coniare nel IX secolo dall’imperatore Michele III di Bisanzio allorquando volle ristabilire l’ortodossia nell’impero dopo il periodo iconoclasta, esistono sei particolari che certificano questa identificazione. Dunque l’importanza per il monarca di voler trasmettere il vero volto del Redentore al proprio popolo fu un segno di devozione verso questa reliquia che era la più importante al mondo per la cristianità (Isaia, 52,15... i re chiuderanno la bocca a suo riguardo, perché vedranno ciò che non era stato loro narrato, e comprenderanno ciò che non avevano udito).
Prima della scomparsa dalla capitale dell'impero, il Sacro Mandylion veniva esposto alla venerazione dei fedeli, per le importanti ricorrenze, dopo essere stato sistemato dentro un ostensorio sopra il Volto dell’immagine impressa sul lenzuolo tombale di Cristo (Sacra Sindone); Il telo di lino della reliquia che si trova oggi a Torino era ripiegato quattro volte in quattro parti, in modo da esibire solo l'aspetto della faccia sfigurata di Gesù rispetto a tutta l'altra parte della figura impressa del corpo. Dopo la messa al riparo del Sacro Volto, allora, si decise di sostituirla per le ostensioni con altre figure sacre, considerate anch’esse acheropite, in quanto le stesse erano state attinte dal prototipo e quindi erano ritenute della stessa sostanza divina. Il Sacro Mandylion nel medioevo era chiamato "Veronica" (voce coniata dal latino Vera "vera" e dal greco Eikon "immagine" Vera Immagine). Secondo me, sparì da Roma per arrivare a Manoppello e quindi assumere ancora un'altra denominazione, tra gli anni 1492 e 1506; anni in cui avevano esercitato il pontificato Alessandro VI, Pio III e Giulio II. Questa deduzione è dovuta al fatto che il Volto Santo proprio a partire dal 1506 era già noto nella cittadina abruzzese. Poiché la Veronica veniva sempre fatta contemplare ai pellegrini da lontano (infatti solo il Vicario di Cristo e i canonici vaticani potevano avere un contatto ravvicinato con essa), forse uno dei tre papi già citati, perché aveva ritenuto che la reliquia non fosse più al sicuro in San Pietro, decise di affidarla di nascosto a mani sicure e farla così arrivare in un luogo altrettanto sicuro; venne allora sostituita nel suo antico ostensorio da una copia, della quale nessuno dei fedeli, appunto perché la vedeva da molto distante, si sarebbe mai accorto.
Spiegazione delle immagini di sopra: a sinistra, potete osservare il Solidus d'oro fatto coniare dall'imperatore d'oriente Michele III (840-867) su cui è raffigurata l'icona del Cristo benedicente; a destra, c'è l'immagine del Volto Santo di Manoppello fotografata durante le feste di maggio. Ebbene, da una attenta comparazione, possiamo comprendere come le due figure siano entrambe contraddistinte: 1) dalle guance del volto asimmetriche; 2) dai capelli del lato di sinistra che sono disposti a forma semicircolare perché adattati al gonfiore della guancia destra di Cristo Gesù; 3) dal ciuffo dei capelli sulla fronte; 4) dalla ferita causata con una canna dagli aguzzini che flagellarono Gesù; 5) dai capelli del lato destro aggrovigliati che dopo un intreccio cadono dritti; 6) dalla bocca semiaperta.


http://calisto.slv.vic.gov.au/latrobejournal/issue/latrobe-51-52/fig-latrobe-51-52-079a.html
Secondo i miei studi, questa iconografia del "Libro d'Ore" eseguita a mano nel sud dei Paesi Bassi intorno alla fine del XV secolo, rivelerebbe che l'antico Sacro Mandylion fosse la reliquia della Veronica.


http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Giovanni_VII
Mosaico di Papa Giovanni VII (Città del Vaticano, Musei Vaticani).
Tra gli anni 705 e 707, il Sacro Mandylion giunse nelle mani di Giovanni VII. Nelle grotte vaticane è leggibile un'antica dedica fatta a questo papa per aver conservato il Sudario della Veronica, il cui nome, secondo lo scrittore e filosofo Gervaso di Tilbury (fonte storica risalente tra il 1212 e il 1214) derivava da una trasposizione linguistica di due parole, una in latino e l'altra in greco, che insieme volevano indicare la "Vera Effigies Christi".



















Da queste ultime immagini pubblicate, che sono due antiche miniature, si può comprendere come il Sacro Mandylion, nel Sacro Romano Impero d'Oriente, fosse esposto alla venerazione dei fedeli non solo con il lenzuolo tombale di Cristo, ma anche con un sudario che mostrava il viso ben definito di Gesù Cristo. Nell'ultima figura che vediamo qui a sinistra "Anania a Hierapolis" - Storie dell'immagine di Edessa, 1280-85 - Parigi, Bibliothéque Nationale, ms lat.2688" l'iconografo ha voluto raffigurare il volto del Redentore all'interno di un ostensorio a forma rettangolare, dietro il quale però si distingue anche un grande telo spiegato che rimanda ad una lunga sindone.