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MISERICORDIAE VULTUM IN AETERNUM ADOREMUS

MISERICORDIAE VULTUM IN AETERNUM ADOREMUS

.."[O Dio] continua ad effondere su di noi il tuo Santo Spirito, affinché non ci stanchiamo di rivolgere con fiducia lo sguardo a colui che abbiamo trafitto: il tuo Figlio fatto uomo, Volto splendente della tua infinita misericordia, rifugio sicuro per tutti noi peccatori bisognosi di perdono e di pace nella verità che libera e salva. Egli è la porta attraverso la quale veniamo a te, sorgente inesauribile di consolazione per tutti, bellezza che non conosce tramonto, gioia perfetta nella vita senza fine .."
(PAPA FRANCESCO)




Fotomontaggio realizzato da Antonio Teseo
LA DIAPOSITIVITA' NEL SUDARIO DI CRISTO DEL SANTO VOLTO DI MANOPPELLO

La diapositività nel Volto Santo di Manoppello

La diapositività nel Volto Santo di Manoppello
LE PIEGHE DEL S.S. SUDARIO DI CRISTO DEL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO RINTRACCIABILI NELL'IMMAGINE DELLA S. SINDONE DI TORINO.
SOVRAPPONENDO AL COMPUTER LA FIG. 1 DELLA S. SINDONE ALLA FIG. 3 DEL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO, MEDIANTE L'UTILIZZO DI UN FILTRAGGIO IN GRAFICA DI RAFFORZAMENTO DI CONTRASTO VIENE ALLA LUCE IL VOLTO CRUENTO DELLA PASSIONE DEL REDENTORE "FIG. 2". NEL VOLTO TRASFIGURATO DELLA FIG. 3, RITROVIAMO LE TRACCE EMATICHE APPENA PERCEPIBILI PERCHE' SI ERANO ASCIUGATE SUL VOLTO DEL RISORTO. ESSE SI PRESENTANO ANCHE EVANESCENTI, COME MACCHIE IMPRESSE SUL SUDARIO, PER LA SOVRAPPOSIZIONE ALLE STESSE DELLA LUCE DEL PADRE PROVENIENTE DALLA DIREZIONE IN CUI GUARDANO I MIRABILI OCCHI DEL SALVATORE.

Le pieghe del S.S Sudario di Cristo del Volto Santo di Manoppello rintracciabili nella S. Sindone

Le pieghe del S.S Sudario di Cristo del Volto Santo di Manoppello rintracciabili nella S. Sindone
IL VOLTO CHE HA SEGNATO LA STORIA

Lavoro realizzato in grafica da Antonio Teseo da vedere
con gli occhialini rosso-ciano.
L'animazione si è resa necessaria aggiungerla perché per me rivela i caratteri somatici di un uomo ebreo vissuto poco più
di 2000 anni fa.

L'IMMAGINE CHE HA SEGNATO LA STORIA

Il Miserere del celebre maestro Giustino Zappacosta (n. 1866 - m. 1945) che si canta ogni Venerdì Santo in processione a Manoppello

Giustino Zappacosta è ritenuto uno dei più grandi compositori abruzzesi vissuti a cavallo della seconda metà dell'800 e la prima metà del 900. Allievo del professore e direttore d'orchestra Camillo De Nardis nel conservatorio a Napoli, il compositore di Manoppello divenne maestro di Cappella del duomo di Chieti e insegnante nella badia di Montecassino dove gli successe il maestro Lorenzo Perosi. Nella ricorrenza del IV centenario dalla venuta del S.S. Sudario di Cristo del Volto Santo a Manoppello (1908), il sullodato professor Zappacosta, in arte G. Zameis, diresse il Coro della Cappella del Volto Santo composto dalle voci maschili addirittura di cinquanta elementi.
Tra le più belle opere del musicista ricordiamo:
Musiche sacre - il Miserere, che tradizionalmente si canta a Manoppello durante la processione del Venerdì Santo e che sentiamo nel video; Inno al Volto Santo, melodia che si esegue durante le feste in onore del Sacro Velo al termine della Santa Messa; Vespro festivo a tre voci, dedicato al maestro Camillo de Nardis; Te Deum; Missa Pastoralis "Dona nobis pacem" per coro a due voci e organo; Novena a S. Luigi Gonzaga, a 2 voci con accompagnamento d'organo o armonio.
Romanze - Spes, Ultima Dea; Quando!; Occhi azzurri e chioma d'oro; Vorrei; Tutta gioia; Polka - Un ricordo abruzzese, romanza dedicata alla sig.na Annina de Nardis, figlia del suo maestro Camillo de Nardis; Una giornata di baldoria - composizione di 5 danze: Nel viale - marcia; In giardino - mazurka; Fra le rose - polka; Sotto i ciclamini - valzer; Sul prato - dancing.

Il celebre compositore abruzzese, Francesco Paolo Tosti, oltre ad elogiare le grandi virtù di G. Zappacosta come compositore, lo definiva anche un eccellente organista e un virtuoso pianista. Nel libro intitolato "Immagini e fatti dell'Arte Musicale in Abruzzo" il maestro Antonio Piovano descrive le alte doti musicali del musicista di Manoppello a pag. 85.




L'ora in Manoppello:
METEO DAL SATELLITE

A sinistra, visione diurna in Europa; a destra, visione all'infrarosso.
Sotto, Radar, con proiezione della pioggia stimata: visione Europa e visione Italia.
Nel vedere l'animazione delle foto scattate dal satellite ogni 15 minuti, aggiungere 1 ora con l'ora solare e 2
ore con quella legale all'orario UTC.
Premendo F5, si può aggiornare la sequenza delle immagini, dopo che magari è trascorso del tempo.




www.libreriadelsanto.it
CONTEMPLAZIONE DEL S.S. SUDARIO DI CRISTO CON IMPRESSO IL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO.
NELL'ULTIMA SCENA DEL VIDEO TROVIAMO IL SUDARIO CON IL COLORE VIRTUALE DEL BISSO DI LINO GREZZO CHE NELLA TOMBA AVREBBE RICOPERTO IL VOLTO DI GESU' DOPO LA SUA MORTE. SECONDO UNA MIA ACCURATA RICERCA, LE MISURE ORIGINALI DEL TELO DI MANOPPELLO, PRIMA ANCORA CHE FOSSE RITAGLIATO NEL XVII SECOLO, ERANO ESATTAMENTE DI 2 CUBITI REALI X 2 (MISURA STANDARD UTILIZZATA DAGLI EBREI ALL'EPOCA DI GESU' PER DETERMINARE LA GRANDEZZA DEL SUDARIO SEPOLCRALE CHE VENIVA USATO PER ORNARE SOLO DEFUNTI RE O SACERDOTI).
NEL GIORNO DELLA SANTA PASQUA DEL SIGNORE, SUL VELO SAREBBERO APPARSE OLOGRAFICAMENTE IN SEQUENZA, IN UN SOLO LAMPO DI LUCE, LE IMMAGINI CHE VEDIAMO INVECE SCORRERE LENTAMENTE IN SEI MINUTI DI TEMPO.



CONTEMPLAZIONE DEL SUDARIO DI CRISTO CON IMPRESSO IL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO

IL VOLTO DI CRISTO TRASFIGURATO DALLA LUCE DEL PADRE

Lavoro eseguito in grafica 3D da Antonio Teseo da vedere con gli occhialini colorati rosso/ciano.
L'animazione virtuale del volto è servita per definire al meglio i lineamenti somatici che, come vedete, secondo uno studio antropologico è di una persona ebrea vissuta poco più di 2000 anni fa. Si tratta della sembianza di Gesù, modello per l'iconografia.
Visualizzazione post con etichetta volto di cristo. Mostra tutti i post
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lunedì 23 aprile 2012

Grande afflusso di fedeli al Volto Santo per le reliquie di S. Giuseppe da Leonessa


Con la Liturgia Eucaristica delle ore 17,30 di ieri, 22 aprile 2012, si è conclusa nella Basilica del Volto Santo di Manoppello la Peregrinatio Reliquiae di San Giuseppe da Leonessa. L'evento, che ha visto la presenza di un gran flusso di devoti provenienti da ogni parte d'Italia, è stato organizzato dai Frati Minori dei Cappuccini d'Abruzzo a ricorrenza del IV centenario dalla morte del santo.  


Biografia di San Giuseppe da Leonessa



Leonessa, Rieti, 8 gennaio 1556 – Amatrice, 4 febbraio 1612
Nasce a Leonessa, nel Reatino, l'8 gennaio 1556. Eufranio rimane orfano da piccolo e a sedici entra entra nel convento dei cappuccini di Assisi e a diciassette anni pronuncia i voti e prende il nome di Giuseppe. Ordinato sacerdote nel 1580 si dedica alla predicazione. Ma il suo sogno è la missione, sogno che si avvera quando, a trentun'anni, viene mandato a Costantinopoli dove i vescovi cattolici sono stati allontanati e i fedeli rimasti sono emarginati: a costoro i cappuccini danno assistenza. Ma Giuseppe si spinge oltre, cerca di parlare al sultano Murad III, prova a penetrare nel suo palazzo ma viene arrestato: Dopo essere stato legato ad una trave sotto la quale arde un fuoco per tre giorni, viene espulso dal Paese. Torna in Italia e riprende a fare il predicatore. In ogni paese che attraversa lascia un segno indelebile: a tal punto che nascono molte confraternite intitolate al suo nome. Muore ad Amatrice il 4 febbraio 1612 a seguito di una dolorosa malattia. È stato proclamato santo da Benedetto XIV nel 1746. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Amatrice nel Lazio, san Giuseppe da Leonessa, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che a Costantinopoli aiutò i prigionieri cristiani e, dopo aver duramente patito per aver predicato il Vangelo fin nel palazzo del Sultano, tornato in patria rifulse nella cura dei poveri.



Al battesimo gli danno un nome insolito, Eufranio, che non sembra avere molti precedenti (più noto è Eufronio, nome di due santi del V e VI secolo). Famiglia importante, ma sfortunata: i genitori, Giovanni Desideri e Francesca Paolini, muoiono in breve tempo quando lui è ancora piccolo. Studia sotto la guida dello zio paterno Battista a Viterbo, poi si ammala e ritorna a Leonessa. Qui viene in contatto con i frati cappuccini e decide di prendere anche lui il saio.
Eufranio entra sedicenne nel loro convento di Assisi, fa il noviziato, a 17 anni già pronuncia i voti e prende il nome di fra Giuseppe. Prosegue negli studi teologici fino al sacerdozio (1580) e fa le sue prime esperienze di predicatore nelle campagne dell’Italia centrale.
Il suo sogno, però, è la missione. E si realizza per lui a 31 anni, quando il suo Ordine lo manda con altri a Costantinopoli, l’antica capitale dell’Impero romano d’Oriente, che da un secolo è capitale dell’Impero turco (l’ha conquistata nel 1453 il sultano Maometto II sconfiggendo Costantino XI, l’ultimo imperatore, caduto in combattimento con gli ultimi difensori: greci, genovesi e veneziani). I turchi hanno lasciato al loro posto il patriarca e i vescovi “orientali”, cioè separati dalla Chiesa di Roma in seguito allo scisma nel 1094. I vescovi cattolici sono stati invece colpiti e allontanati. Tra i fedeli, molti vivono in schiavitù, e altri sono isolati e dispersi intorno a chiese in rovina.
I missionari cappuccini hanno un loro programma graduale nella metropoli d’Oriente: assistenza ai cattolici in prigionia, ai malati, collegamento con i gruppi cattolici occidentali che sono a Costantinopoli per lavoro e commercio. E così fa lui, fra Giuseppe. Ma il suo temperamentolo spinge a fare di più, e subito: pensa di annunciare il Vangelo anche ai turchi, di rivolgersi personalmente al sultano Murad III. Anzi, tenta di infilarsi nel suo palazzo. E così lo arrestano come sovversivo, poi lo tengono per tre giorni appeso per una mano e un piede a un’alta trave, sotto la quale è acceso un fuoco. Infine, espulso, torna in Italia a fare il predicatore itinerante, accompagnato da qualche confratello; e sempre a piedi, nello stile cappuccino (così può vedere il mondo con gli occhi di coloro che a piedi vivono e muoiono). Si impone ritmi quasi incredibili, che sfiancano i suoi compagni di missione: anche sei-sette prediche in un giorno; e pochissimo riposo, perché è importantissimo anche il colloquio con la persona singola, la famiglia singola. O con chi è condannato a morte e lo vuole accanto a sé nel carcere, per le ultime ore di vita. Per i malati, si sforza di far sorgere piccoli ospedali e ricoveri; a volte ci lavora anche con le braccia. E combatte l’usura che dissangua le famiglie, facendo nascere Monti di Pietà e Monti frumentari, per il piccolo credito a tasso sopportabile.
Così, per i paesi e le cittadine che attraversa e scuote, questo cappuccino diventa un portavoce, una bandiera. Nasceranno confraternite intitolate al suo nome, dopo la morte tra i cappuccini di Amatrice, a 56 anni, per una malattia molto dolorosa. Fra Giuseppe viene sepoltolì, nella chiesa conventuale. Nel1639 il corpo è poi trasportato a Leonessa, dove tuttora si trova, nel santuario a lui dedicato. Papa Benedetto XIV lo proclama santo nel 1746.

Autore: Domenico Agasso (Famiglia Cristiana)



In Leonessa (Rieti) ebbe i natali l’8 gennaio 1556 Eufranio Desideri da Giovanni e Francesca Paolini, di famiglia ricca e appartenente alla nobiltà del paese. Il fanciullo perdette, a poca distanza l’uno dall’altro, i genitori e fu accolto dallo zio paterno, Battista, “maestro di umanità” a Viterbo, sotto la cui guida si poté formare un’educazione religiosa e una notevole cultura. Ornato di eccellenti doti, non gli mancarono le prospettive di un ambito matrimonio, ma egli dimostrò di avere altre aspirazioni e costantemente rifiutò le proposte caldeggiate dai parenti. Colpito da grave malattia, fu consigliato di ritornare al paese natale dove cominciò a frequentare il convento dei Cappuccini e, in occasione di una visita del provinciale dell’Umbria, chiese di essere accolto in religione. Fece il suo noviziato alle Carcerelle di Assisi, vestendo l’abito nel gennaio 1572 e mutando il nome di Eufranio in quello di G. I famigliari cercarono invano di strapparlo al convento, adducendo la necessità di assistenza che avevano le quattro sorelle, ma Giuseppe ai richiami del sangue, preferì la voce di Dio e, trascorso nel fervore l’anno di prova, fu avviato allo studio della filosofia e della teologia. Cominciò inoltre a distinguersi in modo particolare per lo spirito di penitenza.
Ordinato sacerdote e nominato predicatore, subito si dedicò con entusiasmo a tale ministero, accarezzando in cuor suo il desiderio di andare nelle missioni tra gli infedeli. Proprio in quegli anni, infatti, si profilava una possibile evangelizzazione dei musulmani: due cappuccini erano riusciti a penetrare a Costantinopoli fin dal 1551, seguiti, nel 1583, da alcuni gesuiti. Nel 1587, al capitolo generale dell’Ordine fu trattato il problema delle missioni e il nuovo ministro generale, Girolamo da Polizzi, decise una spedizione per Costantinopoli, che la S. Sede voleva affidata ai Cappuccini. Giuseppe che aveva presentato da anni la domanda non era tra i prescelti; se non che, poté improvvisamente entrare a far parte del gruppo, dovendo sostituire Egidio di S. Maria, che all’ultimo momento non era più in grado di partire. A Costantinopoli i missionari trovarono alloggio nel quartiere di Pera, ripararono una cadente chiesa e, prima di tutto, cominciarono a svolgere il loro ministero tra gli occidentali colà residenti. A Giuseppe fu affidata, in modo particolare, la cura dei numerosi cristiani tenuti prigionieri dai Turchi e ad essi egli dedicò tutto se stesso. Spinto però dal suo fervore egli avrebbe voluto affrontare direttamente gli infedeli e, con un’audacia a noi oggi incomprensibile, ma spiegabile per quei tempi, con vari stratagemmi cercò di penetrare nel palazzo stesso del sultano Murad III per parlargli. In uno di questi tentativi fu arrestato, imprigionato e condannato alla pena del gancio. Per tre giorni rimase sospeso, con un uncino alla mano destra e uno al piede, ad una trave alta su di un fuoco acceso sopportando anche i dileggi e gli insulti della folla. Indi venne liberato e espulso.
Rientrato in Italia, riprese con rinnovato fervore il ministero della predicazione, accompagnandolo con costanti ed eroici esercizi di penitenza. Si nutriva con pochi legumi, o un po’ di pane macerato nell’acqua; dormiva su due sassi e un sacco di paglia, e continuava nella sua attività instancabile, arrivando a tenere anche otto prediche la giorno in luoghi diversi e distanti.
Alla sua predicazione diede un carattere popolare, favorendo la pacificazione degli animi e il sollievo dei poveri, istituendo Monti di Pietà e Monti Frumentari, erigendo e riparando ospedali. Dagli Atti del processo di beatificazione risulta che Iddio lo favorì del dono dei miracoli, della scrutazione dei cuori, e di particolari grazie di orazione. Nella comunità ebbe l’ufficio di superiore locale e di segretario provinciale.
Dio, che gli aveva risparmiato il martirio, gli riservò per purificazione una grave malattia che richiese un dolorosissimo quanto inefficace intervento. Trasferito nel convento di Amatrice, dove era superiore un suo nipote, Giuseppe si preparò serenamente alla morte che sopraggiunse, accompagnata da miracoli, il 4 febbraio 1612; aveva cinquantasette anni. Il suo venerato corpo, per volontà dei maggiorenti della città, fu sottoposto ad uno speciale intervento di conservazione e venne inumato nella chiesa conventuale di Amatrice, da dove, nel 1639, fu trasferito alla sua città natale, dove tuttora si venera.
Fu beatificato da Clemente XII nel 1737 e canonizzato da Benedetto XIV il 29 giugno 1746; la festa liturgica è celebrata dal suo Ordine il 4 febbraio. Si conservano di lui lettere e prediche di cui alcune edite. Iconograficamente, è rappresentato sospeso sul patibolo o nell’atto di predicare.

Autore
Cassiano da Langasco



lunedì 5 settembre 2011

Pellegrinaggio al Volto Santo di Manoppello



Sabato 17 settembre 2011 l'oratorio del Preziosissimo Sangue di Pescara organizza l'VIII edizione del pellegrinaggio al Volto Santo di Manoppello (PE)
Programma:
ore 08,30: S. Messa all'oratorio di Pescara, via Ofanto 24.
ore 14,30: appuntamento all’Abbazia di S. Maria Arabona;
ore 15,00: partenza a piedi (circa 10 km), recita delle tre corone del Rosario, canti e confessioni;
ore 18,00 circa: arrivo al Santuario di Manoppello, Via Crucis e venerazione del Volto Santo.
Per informazioni: info@casasanpiox.it

lunedì 15 agosto 2011

Scannerizzazione del Volto della Sindone di Torino


Elaborazione realizzata da Antonio Teseo (cliccare con il mouse sull'immagine per vederla ingrandita)
Dimostrazione scientifica che il Volto della S.Sindone di Torino e il Volto Santo di Manoppello rappresentano un'unica figura del Volto di Cristo

lunedì 23 maggio 2011

Bernardo Maria Valera: il Poeta del Volto Santo


Biografia del Poeta tanto amato dal Signore.



Secondo la storia del Santo Volto a Manoppello, sono state numerosissime le grazie ricevute dal popolo di questo luogo santo avvenute per intercessione della Luce della Sacratissima Immagine contemplata e meditata con le preghiere della Novena. Le orazioni si recitano per nove giorni in chiesa nella cittadina abruzzese prima  che abbiano inizio i festeggiamenti in onore della Santa Reliquia; esse furono composte nel XVIII secolo dal cappuccino Padre Bernardo Maria Valera.
Trovando in internet la biografia di questo grandissimo autore, sono rimasto un po' sorpreso nel leggere che la Mirabile Novena al Volto Santo sia stata relegata solo all'ultimo posto tra le sue celebri raccolte di poesie.





 
VALERA BERNARDO MARIA (1711-1783) - Ecclesiastico,

poeta Ecclesiastico, poeta Bernardo Maria Valera, secondo quanto riporta lo storico settecentesco Gennaro Ravizza, nacque a Giuliano Teatino (provincia di Chieti) il 5 agosto 1711 da Domenico e Rosa Peschio e fu battezzato con i nomi di Bernardo, Baldassarre e Giovanni. All’età di diciannove anni, il 1 gennaio 1730, venne ammesso tra i novizi dei frati Cappuccini di Penne e fu inviato a studiare in Toscana. Gradevole di aspetto, educato e gentile, sviluppò un interesse particolare per la poesia e, nel periodo toscano, ebbe l’occasione di frequentare numerose accademie letterate locali nell’ambito delle quali ebbe modo di comporre numerose poesie. A Siena fu membro della Accademia degli Intronati con il nome di Armonico e compose il ditirambo (poetica corale composta da poesia, musica e danza) “Nozze di Bacco”. A Roma nel 1747 fu apprezzato per alcuni panegirici e per le composizioni poetiche tanto che qualche anno dopo, nel 1750, l’abate Morei, Custode generale dell’Arcadia, lo invitò a recitare un inno e un sonetto nel Bosco Parrasio in occasione di un’adunanza con il regnante dell’epoca. A Napoli intrattenne amicizie con lo scrittore e filosofo Antonio Genovesi e il giureconsulto napoletano Giuseppe Aurelio di Gennaro, il quale nel 1759 fece stampare a proprie spese le poesie d’amore giovanili di fra’ Bernardo Valera sotto lo pseudonimo “Amalfideno Flattad”. Tornato in Abruzzo fra’ Bernardo fissò la sua dimora a Lanciano e ricoprì numerosi incarichi come “lettore di filosofia e teologia”, “difinitore” e “provinciale”. Si trasferì a Chieti e in qualità di Pastore aggregato in Roma entrò a far parte alla “Colonia Tegea degli Arcadi” con il nome pastorale di Ferindo Vatiliano e, nel giro di poco tempo, fu apprezzato per le sue orazioni sacre. Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati dalla malattia: fu colpito da demenza senile. Morì il 16 dicembre 1783 all’età di 71 anni. Il Ravizza nella sua opera “Collezione di diplomi e di altri documenti di tempi di mezzo e recenti da servire alla storia della Chiesa” (Napoli, 1832, vol.I, p.134) fece una descrizione fisica del frate: “Il Valera fu ben fatto della persona, alto dritto, rubicondo, quale i Poeti ci dipingono Apollo. Nelle maniere fu cortese e grazioso, quant’altri li fosse mai. Umile e modesto, egli arrossiva e abbassava gli occhi, quando gli prodigavano delle lodi, che tanto aveva meritate: tutto diverso da quello degli uomini orgogliosi, che per avere la facilità di accozzare pochi versi per un Sonetto, o di spiegare qualche proposizione di Euclide, insaziabili di lodi ricercate, dileggiando tutto il mondo, credendo che la custodia della letteratura sia ad essi soli esclusivamente affidata. Opere principali: • Raccolta di poesie varie di un accademico intronato, Giovanni Simeone, Napoli 1750; • Amalfideno Flattad, Poesie amorose, Giovanni Simone, Napoli 1753; • Raccolte delle poesie di frate Bernardo Maria da Lanciano, opera in due tomi, stamperia Simoniaca, Napoli 1759; • Inno e sonetto per la morte di Giuseppe Aurelio di Gennaro, in “Funerali del fu regio consigliere Aurelio di Gennaro e alcuni componimenti in sua lode e con l’orazione di fra Felice Maria da Napoli cappuccino intitolati a sua eccellenza il signor marchese D. Bernardo Tanucci”, stamperia Simoniaca, Napoli 1763, pp.9-20; • Orazioni in onore di San Giustino, composta e recitata da F. Bernardo Maria da Lanciano nell’anno 1773, Chieti 1773; • Nuova raccolta delle poesie di Frate Bernardo Maria Valera da Lanciano cappuccino, stamperia Raimondiana, Napoli 1776; • Inno di Berbardo Maria Valera, in Poesie drammatiche e liturgiche del dr. Domenico Ravizza di Lanciano, opera in due tomi, Fratelli Raimondi, Napoli 1786, pp.1-16: • Inno in lode al Signore Dottor Giovanni Lami a S.E. il Signor D. Romualdo marchese de Sterlich di Ferindo Vatiliano P.A. e accademico intronato col nome d’Armonico, secolo XVIII; • Inno sopra S. Michele traslato in verso esametro latino dall’abate Girolamo Marana, Tipografia R.di Napoli, Napoli 1826; • Poesie edite ed inedite del P. Bernardo Maria Valera Cappuccino, opera in due tomi, tipografia Ubaldo Angeletti, Teramo 1835; • Sacra novena in onore del SS. Volto di Gesù Cristo che si venera in Manoppello nella chiesa dei RR.PP. Cappuccini, stabilimento Tipografico Ricci, Chieti 1897.

giovedì 9 dicembre 2010

La leggenda della Veronica che asciuga con un velo il volto di Gesù non c'entra nulla con il Volto Santo di Manoppello



di Antonio Teseo


A Manoppello, una vecchia tradizione vuole che il Volto Santo sia il velo con cui un personaggio di nome Veronica - identificata nei vangeli apocrifi degli Atti di Pilato con l'emorroissa guarita da Gesù (Mt 9, 20-22; Mc 5, 25-34; Lc 8, 43-48) - ha asciugato il Volto del Redentore durante la Sua salita al Calvario. L'episodio, non narrato nei vangeli canonici, dal XV secolo è anche inserito nella VI stazione della Via Crucis per rappresentare la pietà popolare che medita proprio sulle sofferenze patite da Gesù. Al di là della sua rappresentazione, si pensa comunque che sia stata soprattutto una fonte del 325 circa, dello storico Eusebio di Cesarea, a convincere la Chiesa Cattolica ad includere la figura di Veronica per gli esercizi spirituali. Da come leggeremo nello scritto riportato qui sotto, alcune antiche memorie tramandate a voce attesterebbero persino la provenienza dell'emorroissa.

Dalla "Storia ecclesiastica" VII, 18:

«Poiché ho menzionato Cesarea Filippi (cioè Panea) non mi sembra conveniente di passare sotto silenzio una storia degna della memoria della posteriorità. L’emorroissa, che come si sa dai vangeli fu dal Salvatore guarita dal suo morbo, si dice fosse oriunda di questa città. Qui è ancora additata la sua casa e un meraviglioso monumento a ricordo del beneficio ricevuto dal Salvatore. Sopra un grande masso, davanti alla casa che fu l’abitazione dell’emorroissa, si erge la statua in bronzo di una donna che piega il ginocchio ed ha le mani protese nell’atteggiamento della persona che supplica. Di fronte a lei, c’è un’altra statua bronzea raffigurante un uomo in piedi, avvolto in uno splendido mantello, che stende la mano alla donna. Si dice che questa statua ritragga Gesù. E' rimasta fino ai nostri giorni. L’abbiamo vista con gli stessi nostri occhi durante il nostro soggiorno in quella città».

Come ho accennato sopra, la leggenda della Veronica che asciuga il Volto di Gesù ha inizio solo nel XV sec. ma la sua iconografia è già stata raffigurata per la prima volta su un testo biblico del 1300 tradotto in francese da Roger d'Argenteuil: la pietà della pia donna per le sofferenze del Redentore è solo un motivo immaginario. Tuttavia da questo momento in poi, molti miniaturisti biblici si serviranno di questa icona e così pian piano intorno ad essa si dà luogo ad una credenza popolare. Proprio nel 1300, papa Bonifacio VIII indice il primo Giubileo e per i pellegrini che arrivano a Roma è il sudario di Cristo chiamato Veronica la più importante Merabilia Urbis da andare per primo a venerare (Dante, XXXI canto del Paradiso):

Qual è colui che forse di Croazia

viene a veder la Veronica nostra,

che per l'antica fame non sen sazia,
ma dice nel pensier, fin che si mostra:

`Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,

or fu sì fatta la sembianza vostra?';


Ma perché questa unica definizione di "Veronica" sarebbe servita per indicare sia il sudario ritenuto di Cristo (che come abbiamo visto si conosceva ancor prima della leggenda) sia l'emorroissa che si credeva avesse asciugato con un sudario il Volto di Gesù?


Per dare un'esatta risposta a questa domanda c'è bisogno di collegare alcuni fatti.


Nel 1199, il pellegrino Gervasio di Tilbury racconta che il nome Veronica, riferito al S.S. Sudario che si conosce a Roma, derivi dalla voce coniata con la parola latina "vera" e con la parola greca "eikon" = Vera Icona, Vera Immagine di Gesù. Mentre tornando indietro nel tempo, e cioè nel 400, Macario Magnesiaco, vescovo di Lidia, scrive che l’emorroissa di cui ha parlato Eusebio di Cesarea si chiamasse Berenike (Apocritikos I, 6, 1-8) nome macedone da cui deriva proprio la denominazione Veronica in latino.

Ora, il termine Berenike etimologicamente deriva dal greco antico Ferenice "Φερενίκη" che significa portatrice di vittoria. E il Sacro Mandylion di Edessa, che secondo una tradizione è stato rinvenuto nel VI secolo in una nicchia sopra una delle porte della città di Edessa (Turchia) è considerato proprio una reliquia portatrice di vittoria dagli eserciti bizantini, tant'è che viene portato come stendardo per le battaglie.

La parola Mandylion in siriaco significa fazzoletto, sudario. E questa reliquia è già citata negli Atti di Taddeo, che è un vangelo apocrifo scritto proprio nella città di Edessa nel III secolo in siriaco (lingua di allora) ma andato perduto. Con la ricomparsa del reperto sacro nella città (lo stesso certamente era stato nascosto qualche secolo prima per essere preservato dalle persecuzioni dei romani contro i cristiani), allorquando nell'impero è ormai in vigore la legge a favore della libertà di culto voluta da Costantino nel IV secolo, si ripropone allora all'attenzione una copia degli Atti di Taddeo ritradotto in greco e adattata nella Dottrina di Addai, proprio nel VI secolo, per riparlare della reliquia che reca i segni lasciati da Cristo (la prima traduzione era stata realizzata da Eusebio di Cesarea tra il 310 e il 325). Per descrivere il Mandylion, nella nuova versione viene usato anche il termine greco tetradiplon, il che ci fa pensare che originariamente il reperto sacro fosse in realtà un involto formato da un lungo lenzuolo, ripiegato quattro volte doppio, con sopra il sudario.
Questa tesi è avvalorata da una fonte storica risalente alla metà del X secolo "Codex Vossianus Latinus Q 69". Nella lettera, mandata da Gesù al re Abgar riportata nell'apocrifo degli Atti di Taddeo, è scritto: "Se davvero vuoi vedere il mio aspetto, ti invio questo tessuto (involto) sul quale sarai in grado di vedere non solo il mio volto, ma il mio corpo divinamente trasformato". Anche in due miniature del Codex Skylitzes del tardo XI secolo, il sudario e il lenzuolo sono raffigurati insieme.
Dal rinvenimento del Sacro Mandylion in poi, ha così inizio la raffigurazione canonica del Volto Santo di Gesù da esso attinta.

Sopra, il re Abgar che riceve il Mandylion (icona del X secolo, nel Monastero di Santa Caterina nel Monte Sinai). Osservando la mano sinistra del sovrano, che regge l'involto, si scopre un lato del lenzuolo ripiegato; un po' più a destra della sua mano, la sindone è coperta dal sudario il quale è raffigurato con delle frange pendenti

 A sinistra, icona del Pantokrator con il Volto che è stato attinto dal S. Mandylion (moneta d'oro del Solidus fatta coniare dall'imperatore Michele III nel IX secolo); a destra, il Volto Santo di Manoppello. Le freccette rosse, la bocca semiaperta e la croce che ho fatto passare sui due volti attestano sei punti di congruenza; la guancia che vediamo a sinistra, e che dunque è quella destra del Signore, è più gonfia dell'altra per una percossa che Gesù ricevette dai suoi aguzzini durante la Passione.

Quindi la definizione "Veronica", la quale un tempo era riferita all'emorroissa guarita da Gesù ma che come abbiamo visto aveva il significato di "portatrice di vittoria" e l'omonimo relazionabile al Sudarium Christi che in definitiva significava "Acheropita", associati insieme facevano intendere che nel mondo esisteva una importantissima reliquia del Salvatore che una volta si chiamava Mandylion e un'altra volta Veronica. Il reperto sacro, che come ho dimostrato con i miei studi è quasi certo che si tratti del Volto Santo di Manoppello, non è dunque il prodotto di una leggenda, bensì è un sudario sepolcrale e regale di finissimo bisso.
Il Sacro Mandylion esposto sulle mura della città di Edessa con l'esercito bizantino di Giustiniano I che respinge l'assedio dei Sasanidi guidati da Cosroe I. Questa storia ci è stata tramandata da Evagrio Scolastico, storico bizantino. Per descrivere l'immagine, Evagrio usa le parole Theoteuktos Eikon, che significa immagine fatta da Dio (Vera Icona).

Sotto, il sudario sepolcrale di bisso di Manoppello sovrapposto al lenzuolo tombale della S. Sindone di Torino (elaborazioni di immagini ricavate in 3D al computer da Antonio Teseo).





giovedì 28 ottobre 2010

Simpaticissimo videoclip con un bimbo che saluta il Volto Santo

Nel sito di You Tube ho trovato un simpaticissimo videoclip con un bimbo che cerca di salutare Gesù e che con la manina vorrebbe giocarci. Osservando il Santo Volto di Manoppello sembra come se ci trovassimo davanti una persona viva, umanata, che sorride al piccolo. Il video ci dà anche lo spunto per introdurre una bella riflessione di Chiara Lubich sul rapporto di grazia che Gesù aveva con i bambini.




http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/parola_ott03.htm



Parola di vita
ottobre 2003

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«Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio»
(Mc 10, 14).
«Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio»




Gesù sconcerta sempre con il suo modo di fare e di parlare. Si discosta dalla mentalità comune che vedeva i bambini insignificanti dal punto di vista sociale. Gli apostoli non li vogliono attorno a lui, nel mondo degli "adulti": non farebbero che disturbare. Anche i sommi sacerdoti e gli scribi "vedendo i fanciulli che acclamavano nel tempio ’Osanna al figlio di David’, si sdegnarono" e chiesero a Gesù di riportarli all’ordine. Gesù invece ha tutto un altro atteggiamento davanti ai bambini: li chiama, li stringe a sé, stende le mani su di loro, li benedice, li pone addirittura come modello ai suoi discepoli:





«a chi è come loro appartiene il regno di Dio»





In un altro passo del Vangelo Gesù dice che se non ci convertiamo e non diventiamo come i bambini non entreremo nel regno dei cieli.
Perché il regno di Dio appartiene a chi assomiglia ad un bambino? Perché il bambino si abbandona fiducioso al padre e alla madre: crede al loro amore. Quando è nelle loro braccia si sente sicuro, non ha paura di niente. Anche quando attorno a sé avverte che c’è un pericolo, gli basta stringersi ancora più forte al papà o alla mamma che subito si sente protetto. A volte lo stesso papà sembra porlo in posizioni difficili, per rendere più emozionante un salto, ad esempio. Anche allora il bambino si lancia fiducioso.
È così che Gesù vuole il discepolo del regno dei cieli. Il cristiano autentico, come il bambino, crede all’amore di Dio, si getta in braccio al Padre celeste, pone in lui una fiducia illimitata; niente gli fa più paura perché non si sente mai solo. Anche nelle prove crede all’amore di Dio, crede che tutto quello che succede è per il suo bene. Ha una preoccupazione? La confida al Padre e con la fiducia del bambino è sicuro che egli risolverà tutto. Come un bambino si abbandona completamente a lui, senza fare calcoli.





«a chi è come loro appartiene il regno di Dio»





I bambini dipendono in tutto dai genitori, per il cibo, il vestito, la casa, le cure, l’istruzione... Anche noi, "bambini evangelici", dipendiamo in tutto dal Padre: ci nutre come nutre gli uccelli del cielo, ci veste come veste i gigli del campo, sa ciò di cui abbiamo bisogno, prima ancora che glielo chiediamo, e ce lo dona. Lo stesso regno di Dio non lo si conquista, lo si accoglie in dono dalle mani del Padre.
Ancora, il bambino non fa il male perché non lo conosce. Il discepolo del Vangelo, amando, sfugge il male, si mantiene puro e ridiventa innocente. Il bambino, perché non ha esperienza, va verso la vita con fiducia, come verso un’avventura sempre nuova. Il "bambino evangelico" mette tutto nella misericordia di Dio e, dimentico del passato, inizia ogni giorno una vita nuova, disponibile ai suggerimenti dello Spirito, sempre creativo. Il bambino non sa imparare a parlare da solo, ha bisogno di chi gli insegni. Il discepolo di Gesù non segue i propri ragionamenti, ma impara tutto dalla Parola di Dio fino a parlare e a vivere secondo il Vangelo.
Il bambino è portato ad imitare il proprio padre. Se gli si chiede cosa farà da grande spesso dice il mestiere del padre. Così il "bambino evangelico": imita il Padre celeste, che è l’Amore, ed ama come lui ama; ama tutti perché il Padre "fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti"; ama per primo perché lui ci ha amato quando eravamo ancora peccatori; ama gratuitamente, senza interesse perché così fa il Padre celeste...
È per questo che Gesù ama circondarsi dei bambini e li addita come modello:





«Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio»





In effetti i bambini continuano a sorprenderci. "Ieri papà mi ha chiesto di andare in cantina a prendere una cosa – mi scrive Betty, una bambina di 6 anni di Milano. – Per le scale era buio e io avevo paura. Poi ho pregato Gesù e ho sentito che lui era vicino a me."
Irene, Ilaria, Laura, tre sorelline di Firenze, vanno con la mamma a fare le spese in macchina. Passano davanti a casa del nonno e chiedono di poter salire a salutarlo. "Andate voi – dice la mamma – io vi aspetto". Quando ritornano chiedono: "Perché non sei venuta?". E lei: "Il nonno non si è comportato bene con me; così capisce...". E Ilaria: "Ma mamma, dobbiamo amare tutti, anche i nemici...". La mamma non sa più cosa dire. La guarda e sorride: "Avete ragione. Aspettatemi qui". E sale da sola dal nonno.
Possiamo imparare dai bambini come accogliere il regno di Dio.

Chiara Lubich

giovedì 14 ottobre 2010

La faccia sfigurata di Gesù della Passione


Se la Sindone e il Volto Santo di Manoppello sono le vere reliquie di Gesù (cosa per me altamente probabile) è allora questo il Volto sfigurato dal sangue della Passione che deriva dalla loro sovrapposizione. Si fa presente a tutti coloro che per la prima volta si sono collegati in questo blog e che quindi non hanno ancora letto i post precedenti, che il Volto Santo di Manoppello non solo completa l'aspetto del Volto della Sindone, ma reca con sé anche i segni della risurrezione particolarmente evidenziabili quando l'immagine è illuminata frontalmente con sfondo scuro retrostante.
L'elaborazione è stata realizzata da Antonio Teseo, esperto in grafica 3D.
Nella foto appena sotto vediamo la pergamena della lettera di Silvestro conservata nella biblioteca del Comune e dell'Accademia Etrusca di Cortona.

Silvestro, denominato in latino "magister Silvester de Adria" nel 1300 era scriptor di papa Bonifacio VIII. Il 22 febbraio, festa della cattedra di San Pietro, scrisse questa lettera rivolta all'intera cristianità in cui si annunciava il primo giubileo della storia in Roma. La pergamena riporta la miniatura con il Volto Santo tra gli apostoli Pietro e Paolo raddoppiato, nella parte alta e nella parte bassa in maniera speculare, per indicare lo specchiarsi della verità nell'immagine del Volto di Cristo incarnato. Impressa su un sudario, la S. Effigie si vedeva proprio come in uno specchio da un lato e dall'altro (diapositività del Volto Santo di Manoppello).


 Qui possiamo osservare un romeo che porta il cappello con raffigurato il Volto Santo: particolare del "Trionfo della chiesa militante" (1366-67) di Andrea Bonaiuto, chiesa di S. Maria Novella, Firenze. Nel Medioevo, non essendoci la fotografia, erano allora i pittori a raccontare gli eventi di quel tempo con le loro opere.

Anche Dante e Petrarca furono tra i pellegrini che si recarono a Roma per venerare il Volto Santo. All'epoca la reliquia era chiamata Veronica o Sudarium Christi.
Come ci attestano i due sommi poeti, lo scopo dei pellegrini non era tanto quello di vedere il papa o pregare presso la tomba degli apostoli, ma quanto di ammirare l'immagine di Dio incarnato nella figura del Cristo: canto XXXI del Paradiso, versi 103/108, in cui Dante ci descrive il senso di commozione che attanagliava il pellegrino alla vista della reliquia: "...colui che forse di Croazia / viene a veder la Veronica nostra / che per l'antica fama non sen sazia / ma dice nel pensier, fin che si mostra / Segnor mio Iesu Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?" Ed ancora Dante (Vita Nova XL 1) "...per vedere quella immagine benedetta, la quale Iesu Cristo lasciò a noi per esempio de la sua bellissima figura…"; Petrarca (Canzoniere, XVI) "…et viene a Roma, seguendo 'l desio / per mirar la sembianza di colui / ch'ancor lassù nel ciel vedere spera".

Lo specchiarsi della verità nell'immagine del Volto Santo (come ho accennato sopra per la pergamena della lettera di Silvestro) fu già tema di rappresentazione nella miniatura del codice Skylitzes, risalente al tardo XI secolo, conservato nel museo di Madrid.
Nell'anno 944, il Patriarca di Costantinopoli presenta il Sacro Mandylion all'imperatore d'Oriente Romano I Lecapeno.
Nel rappresentare la scena, l'artista, oltre a raffigurare l'imperatore avvolto da un lungo telo che rimanda alla S. Sindone di Torino, ha voluto raffigurare anche l'immagine impressa sul sudario col quale il sovrano, appoggiandovi il viso, ci si specchia per meditare sulla verità del Verbo Incarnato. Il miniaturista, per distinguere il lenzuolo dal sudario, ha dipinto quest'ultimo con delle frange ai lembi.


Con la scoperta della stampa furono tante le riproduzioni della Veronica (Volto Santo di Manoppello) inserite nei Libri d'Ore, o Messali


 In quest'ultima raffigurazione vediamo una delle tante riproduzioni del sudario di Manoppello (in alto) insieme al lenzuolo di Torino (in basso)

venerdì 17 settembre 2010

Risultato comparativo al computer tra Sindone e Volto Santo

Risultato comparativo venuto alla luce al computer tra il Volto della Santa Sindone di Torino in negativo e il Volto Santo di Manoppello.
Dell'aspetto del Volto del Redentore, che sarebbe trasparito dal Velo Santo da dietro come un'ombra nel lampo della Risurrezione, la luce di Cristo ne avrebbe proiettato e impresso l'immagine sul lino sindonico.
Elaborazioni realizzate da Antonio Teseo
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domenica 18 luglio 2010

Spirito ed anima sono davvero la stessa cosa?



Riflessioni e preghiera di Antonio Teseo

Oggi, quando sono stato in preghiera a contemplare l'espressione di Grazia, di Mitezza e di Misericordia del Volto Santo di Manoppello mi sono sentito di fare alcune riflessioni sul nostro spirito e sulla nostra anima.
Spesso si sente dire che questi due termini in fondo siano la stessa cosa, ma io credo che invece sono da distinguere per i seguenti motivi che ora spiego:
Partendo dalla certezza che noi siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, e che lo Spirito del Padre era anche nel Figlio Primogenito, ciò significa che il nostro essere è formato anche da uno spirito perché può contenere lo Spirito Santo (Mt.16, 13-17; At. 2, 1-4).

"Gesù spiega nel Vangelo che il Suo Spirito e quello del Padre sono una cosa sola. Egli è il Perfettissimo: la Sua Anima è sempre nella piena Santità, nella piena Purezza."
Considerando che solo uno spirito puro può contenere lo Spirito Santo, secondo me si deve per forza dedurre che la nostra anima non può essere ritenuta uguale allo spirito perché può corrompersi con il peccato e la morte. Quindi possiamo dire che lo spirito dell'uomo è somigliante a quello di Dio quando è l'anima (che può essere la nostra, ma anche di una o più persone care) a santificarlo agli occhi del Signore con i Sacramenti, con la Preghiera, con la Parola, con la Grazia e con la Carità. Viceversa, quando lo spirito è abbassato dall'anima corrotta dal peccato, esso è in preda allo spirito del demonio e quindi in questo caso non è più somigliante a quello di Dio; pur tuttavia, se l'anima di una persona si sente poi mortificata e pentita di aver tradito il Signore, attraverso il Sacramento della Confessione e dell'Eucaristia può affidarsi all'azione di misericordia di Cristo Risorto che, rimettendo i peccati del mondo, strappa al maligno lo spirito di quella persona e lo trattiene stretto a sé: in questo caso lo spirito dell'uomo può contenere di nuovo lo Spirito Santo perché ne assume la sostanza.
In definitiva è da rilevare questo concetto: "Lo spirito di ogni cristiano donato dal Padre è santificato e glorificato dallo Spirito Santo con il battesimo e così com'è deve ritornare al Padre perché ne ha assunto la sostanza. Quindi solo in questo modo lo spirito dell'uomo può contemplare faccia a faccia il Signore".
Ma perché nella vita dell'uomo è l'anima a determinare se lo spirito debba contemplare il Volto del Signore oppure negarne addirittura l'esistenza?
Perché Dio ha voluto creare l'uomo libero in modo da fargli decidere da solo se seguire la Vera Verità o la menzogna del demonio (la luce o la tenebra). Solamente in uno stato di piena libertà, e cioè elevando la propria sapienza all'estasi della trascendenza, l'uomo riesce a comprendere tutto l'Amore che Dio Padre ha per lui.
Un istante prima della morte, il cristiano, il quale ha fatto sempre la volontà del Signore, affida il suo spirito immortale al Padre allo stato puro (Lc. 23, 46; Sl. 31,6). Dopo la morte, la sua anima e il suo corpo saranno risuscitati il terzo giorno dalla luce divina di Cristo, Figlio Primogenito, e così vivrà in Paradiso per tutta l'eternità (Ez. 18, 4-32; 1 Cor. 13, 12).
La differenza dunque sostanziale tra lo spirito e l'anima del cristiano che fa sempre la volontà del Signore, secondo me sta nel fatto che mentre lo spirito non muore con la morte, viceversa l'anima muore insieme al corpo (questa parte immateriale e questa sostanza materiale sono inscindibili nell'uomo) ma entrambi vengono risuscitati dalla luce divina e trasformati in una luce celeste simile a quella di un angelo, per Cristo, con Cristo ed in Cristo. Appena questa luce arriva al Padre, anche lo spirito si ricompone con essa e così la persona santa può contemplare il Signore faccia a faccia.
Come si fa a contemplare con gli occhi della trascendenza l'azione dello Spirito Creatore di Dio Padre nella vita?
Come abbiamo detto nel precedente post, Dio Padre per creare la vita dell'uomo si serve dello spirito e della materia da Lui creati. La stirpe da cui deriviamo (quella di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, del Re Davide e via discorrendo fino ad arrivare ai nostri nonni) è dunque lo Spirito di Grazia creatore di Dio perché ha permesso di custodire sempre la vita qui sulla terra; questo spirito di grazia, fondendosi con lo spirito di grazia dei nostri genitori, insieme alla loro anima e alla loro materia ha permesso l'esistenza della nostra vita.
Signore Gesù,
Tu sai che io mi sono avvicinato a Te, frequentando la Tua Chiesa e quindi partecipando ai Tuoi Sacramenti, solo quando ho conosciuto il Tuo Santissimo Volto di Manoppello. Quando Lo contemplo, è come se il cuore mi parlasse e io non faccio altro che scrivere ciò che sento. Non ho studiato teologia e tanto meno riesco bene ad esprimermi per cercare di trasmettere al meglio ai nostri fratelli e alle nostre sorelle i Tuoi insegnamenti che portano alla giustizia, alla grazia, alla vera libertà, alla pace e alla carità. Se sto sbagliando a scrivere di Te, senza esserne capace, Ti prego di perdonarmi. Amen.

sabato 12 dicembre 2009

Il Volto Santo di Manoppello e la plausibilità teologica delle immagini acheropite

Intervento dell'Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, pronunciato il 25
gennaio 2007 in occasione di un Convegno di Studio sul “Volto Santo”, organizzato dalla Tv nazionale tedesca ZDF presso il Santuario di Manoppello


Vorrei presentare tre brevi riflessioni di carattere teologico. La prima riguarda la plausibilità di un’immagine del Cristo non dipinta da mano d’uomo. Perché la tradizione cristiana ha manifestato tanto interesse alle immagini cosiddette “acheropite”, non dipinte cioè da mano d’uomo? qual è la plausibilità teologica di un simile interesse? La seconda riflessione riguarda l’interpretazione dell’immagine non dipinta e nel caso specifico dell’immagine del Volto Santo presente a Manoppello. La terza tocca le conclusioni di carattere pastorale e spirituale che da queste premesse possono essere tratte, quelle che a me come pastore più direttamente mi interessano.

1. Riguardo alla plausibilità teologica di un’immagine non dipinta da mano d’uomo articolo la mia riflessione in tre punti. Il primo si interroga su quali siano le vie della percezione del divino nel tempo secondo la rivelazione biblica: come l’uomo percepisce Dio nella storia secondo la testimonianza del Primo e del Nuovo Testamento? Due sono le vie fondamentali testimoniate in tutt’e due i Testamenti: l’ascolto e la visione. Dire che il mondo biblico è unicamente il mondo dell’ascolto – data la rilevanza obiettiva dell’invito ad ascoltare contenuto ad esempio nella formula “Shema Israel Adonai Elohenu Adonai Echad” - “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno” (Dt 6,4) - in realtà è una riduzione. Nel mondo biblico l’ascolto ha un’importanza fondamentale perché è centrale la Parola: tuttavia, tanto nel primo come nel nuovo Testamento l’ascolto è inseparabile dalla visione.

Nel Primo Testamento è comune nei testi profetici la coniugazione del verbo ‘vedere’ con termini relativi all’udito (così nei profeti Ezechiele ed Isaia, ad esempio). Il culmine di questa linea lo troviamo rappresentato in Apocalisse 1,12: la scena è grandiosa, il veggente si trova sull’isola di Patmos nel giorno del Signore, in un contesto liturgico, e sente il rumore come di acque che cascano. Si volta allora per “vedere la voce”, come dice testualmente il testo greco: “blèpein tén phonén”. “Blépein” è il verbo che si usa in greco per il ‘guardare insistente e profondo’, uno scrutare, un guardare intensamente. Nell’espressione di Ap 1,12 l’oggetto di questo sguardo intenso, perseverante, penetrante è la voce, “tèn phonén”. La traduzione comune nelle lingue moderne – come ad esempio quella italiana della CEI - è “mi voltai per vedere colui che parlava”. Questa traduzione è assolutamente infelice perché elimina il fatto che la tradizione biblica ci educa a vedere ciò che ascoltiamo. Ecco perché il salmista che ha ascoltato le parole del Signore, vedere il Volto di Dio. C’è come il bisogno continuo di una visione che si coniughi con l’ascolto: tenendo poi conto che in ebraico il termine “panim”, volto, è un termine plurale, con un senso a volte anche duolesi comprende che come l’ascolto, così la visione del Volto di Dio non sarà mai in un certo senso conclusa. Se il Volto è i Volti, allora anche Dio si offre come abisso di Volti da scrutare. Il plurale di “panim” ci dice che la ricerca del Volto sarà continua: dunque la via della percezione del divino nel tempo sarà un continuo ascoltare la parola per continuamente sempre più profondamente vedere il Volto, fino a quella che la Tradizione teologica chiama la visione di Dio nel Suo Volto in eterno.

È dunque legittimo per il credente non solo ascoltare la Parola del Signore, ma cercare anche contemporaneamente la visione del Volto di Dio: quale è la risposta che a questa legittima aspirazione dà il Dio biblico, cioè quale è la struttura dell’autocomunicazione divina nella storia?
Secondo i Concili Niceno II e Costantinopolitano IV, che pongono fine alla crisi dell’Iconoclasmo, della negazione cioè della possibilità e legittimità delle immagini sacre, ci sono due modi in cui Dio soddisfa questa aspirazione ad ascoltare la voce, vedendo la voce. Secondo la formula del Concilio Costantinopolitano IV essi sono il “logos en syllabé” – “il discorso in sillabe”, e la “graphé en kromasi”, “la scrittura nel colore”, nella luce. Ci sono allora due linguaggi del sacro, un linguaggio verbale e un linguaggio visivo e questo per la fede della Chiesa è fondato nel fatto che la vita si è fatta visibile (1 Gv 1,2), che il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14). Se il Verbo si è fatto carne, possiamo essere autorizzati non solo ad ascoltare la Sua Parola, ma anche a voler vedere in qualche
modo il Suo Volto.

Questo significa, ed ecco il terzo punto di questa prima riflessione, che Dio rivela se stesso sempre in una forma circoscritta, sia che si tratti di una parola, circoscrizione di un suono, sia nella forma grafica di una immagine, di una icona, che non a caso si dice “scritta” e non dipinta (donde “iconografia”). Attraverso questa duplice via siamo autorizzati a cercare in forma circoscritta il dirsi di Dio a noi, in parole e in immagini. Ecco perché è plausibile che, come una volta e per sempre il Verbo si è detto nelle parole degli uomini e si è rivelato nella carne nel suo volto storico, così Egli possa manifestarsi agli uomini in una forma non solo verbale, ma anche sacramentale, ed anche, per assoluta gratuità, con un intervento che si manifesti nella forma del visibile. Non mi riferisco qui alla questione delle visioni soggettive, che è quanto mai complessa dal punto di vista teologico e spirituale ed esige un discernimento rigoroso, ma dico che quanto finora ho affermato giustifica perché nella tradizione cristiana ci sia stato sempre un grande desiderio di immagini non dipinte da mano d’uomo: questo desiderio, insomma, non è illegittimo nella tradizione cristiana, perché è Dio che l’ha reso fondato con il fatto che si è fatto visibile e si è fatto uomo.

La conclusione di questo primo punto è modesta, ma è assolutamente importante, perché se dovessimo dire teologicamente che nessuna immagine “Acheropita” può esistere, dovremmo escludere pregiudizialmente un’indagine su questo campo: la conclusione cui siamo giunti è invece che - se Dio ama manifestarsi “in figuris”, sia verbalmente che in visione, non possiamo escludere che Egli ci abbia lasciato delle impronte della Sua manifestazione visibile, che derivano dal Suo rendersi presente nella storia. Naturalmente queste impronte sono tanto più eloquenti quanto più vicine alla fonte: ecco perché nessuna immagine renderà sufficientemente la forza dell’incontro col Verbo nella carne quanto i luoghi santi, dove Gesù ha messo i suoi piedi. Penso alla casa di Pietro a Cafarnao o alla via lungo il perimetro occidentale del tempio, luoghi preziosissimi perché impronte di una Presenza che là è stata.

2. Quale interpretazione dare dell’immagine e in particolare dell’immagine non dipinta da mano d’uomo? Se Dio si dice in parole e si manifesta in una grafia in colori, occorre leggere la grafia come occorre interpretare il logos. Questo fa parte della tradizione ebraico-cristiana. L’Ebraismo e il Cristianesimo sono religioni dell’interpretazione, come non è l’Islam che invece nega per principio l’interpretazione. L’ermeneutica, cioè, la scienza dell’interpretazione, nasce all’interno della tradizione biblica e teologica ebraico-cristiana, perché Dio si è detto ma non si è totalmente risolto nel dirsi: dunque, attraverso ciò che Lui ci ha detto di sé o ci ha dato a vedere di sé, noi dobbiamo andare sempre oltre, scavare negli abissi, camminare verso la profondità. Allora provo a leggere teologicamente l’immagine del volto di Manoppello, dando come possibili alcuni elementi, ovviamente non affermati in maniera assoluta, perché non siamo in un campo in cui la certezza matematica debba essere utilizzata, ma basta la certezza morale. Che cosa ci dice la grafia di questo Volto? A mio avviso ci dice tre aspetti fondamentali.

Il primo è la forte sottolineatura del soggetto storico della nostra fede. Noi non crediamo in un mito, crediamo in una rivelazione storica che è passata attraverso un uomo che noi riconosciamo essere il Figlio di Dio, visibile, palpabile, che è stato toccato, visto, udito, che ha pronunciato parole. Ora questo appare chiarissimo in questo Volto, un Volto d’uomo che sottolinea come il soggetto della rivelazione compiuta è stato il Figlio di Dio nella carne, Gesù. Il secondo aspetto è che questo Gesù si manifesta in questo Volto con le due caratteristiche fondamentali di “passus et glorificatus”. È un Volto che porta in sé le impronte della Passione, ma al tempo stesso è un Volto che irradia luminosità, la vittoria della Luce sulle tenebre: esso, dunque, mentre ci richiama alla storicità della passione, ci richiama anche alla storicità della testimonianza originaria della vittoria sulla morte.
Nel Volto di Manoppello la dimensione del Glorificato è più percepibile che nella Sindone. Nella Sindone si ha molto di più l’idea del “Christus Passus”: a Manoppello si percepisce l’unità paradossale del “Passus et Glorificatus”, che peraltro è un tema di tutta l’iconografia cristiana, in cui Cristo Risorto viene spessissimo rappresentato con le piaghe della Passione. Dunque, siamo di fronte all’unione paradossale di morte e resurrezione. La terza indicazione che l’immagine ci dà è che non solo è il “Passus et Glorificatus” a essere rappresentato, ma anche il “Patiens et Glorificans”. Cioè Colui che noi vediamo in questa immagine è Colui che in un certo modo sta soffrendo, ma sta anche vincendo il dolore, sta comunicandoci la vittoria sul dolore e sulla morte: i participi non sono solo al passato, ma anche al presente. L’esperienza dell’interpretazione di questa immagine non è solo, allora, “in illo tempore”, ma è viva anche “hodie et sempre”: è come se ci fosse una fissazione nell’eternità tanto dell’atto della Passione, quanto dell’atto della Resurrezione.
D’altra parte, nell’Apocalisse l’Agnello immolato in piedi dice esattamente le stesse cose: la fonte biblica più preziosa per leggere questo Volto non è allora soltanto Gv 20,7 (“Arriva Pietro e vede i veli e il sudario…”), ma anche l’Apocalisse con l’immagine dell’Agnello sgozzato, del “Christus Passus et Glorificatus” che è al tempo stesso “Patiens et Glorificans”.

3. È importante indagare la storicità di questa testimonianza, è importante che si incrocino due tipi di metodologie, quella legata alle scienze dello spirito e quella propria delle scienze naturali: occorre ricostruire storicamente come questa immagine si trovi qui per rispondere alle due domande: è questa l’immagine che si trovava a Roma fino agli inizi del ‘500 e che era chiamata la Veronica romana? E, se questa è l’immagine arrivata a Roma nel 705 è la stessa immagine impressa sul “soudarion” di cui parla Giovanni (20,7), presente poi a Camelia in Cappadocia? Riguardo a questi interrogativi gli argomenti possono essere unicamente relativi alla storia della tradizione: tuttavia, ma accanto a questo tipo ci sono le indagini volte ad appurare la consistenza del dato: il telo di fronte a cui siamo di che materiale è fatto? L’affermazione che sia di bisso è un’affermazione molto estremamente, non però a quanto mi consta assolutamente dimostrata. E poi: su questo materiale l’immagine come è stata impressa? Non lo è per tessitura, non lo è per dipinto, è una fotoimpressione?
Queste sono domande per rispondere alle quali i metodi scientifici risultano importanti. Non si può dare per scontato nulla se si fa ricerca in termini rigorosi. Detto tutto questo, però, alcune conclusioni di carattere pastorale-spirituale sono fondamentali.

In primo luogo: se questa immagine deve essere contemplata mai separando la visione e l’ascolto, bisogna fare in modo che la lettura di essa sia accompagnata dalla lettura dei testi biblici, specialmente dell’Apocalisse. Bisognerà lavorare in questa direzione, scrutare l’immagine con l’aiuto che ci viene dalla Parola di Dio. In secondo luogo, occorre imparare a stare di fronte a questa immagine, come ci invitava a fare Papa Benedetto XVI nel Suo discorso durante la visita pellegrinaggio del 1 Settembre 2006, come sotto lo sguardo di misericordia del Signore, facendo cioè l’esperienza del silenzio contemplativo davanti alla Parola. L’immagine di Manoppello può essere un’educazione ad ascoltare il silenzio di Dio, che non è il silenzio del mutismo di chi non parla, ma è il silenzio di chi parla con un linguaggio che non è quello delle parole. Sapersi lasciar guardare, porre sotto lo sguardo della misericordia di Gesù il peccato del mondo e l’attesa dell’umanità e lasciare che il Suo Volto s’imprima in noi, è quello che più conta. A che cosa varrebbe contemplare il Volto, indagarlo nelle forme più diverse, se poi tutto questo non portasse ad una unione più profonda col Cristo. Egli non è venuto per farsi riprodurre come immagine esterna a noi, ma per vivere in noi, come dice Paolo in Galati (2,20): “Non sono io che vivo in Cristo ma è Cristo che vive in me”. Allora il grande frutto spirituale da invocare non è la riproduzione esteriore, ma la ripresentazione in noi di Lui, cioè che Cristo abiti per la fede nei nostri cuori.

E questo è ciò che i Frati Cappuccini si sforzano di fare nel Santuario con il servizio della Parola, della Riconciliazione, dei Sacramenti, ed è questo ciò che a me come Vescovo sta sommamente a cuore. Che la Basilica del Volto Santo sia un luogo di santità, un luogo dove l’immagine di Cristo si inscriva dentro di noi. Tutto è preparazione, aiuto che va offerto con il massimo della serietà scientifica, ma ciò a cui tendere è che avvenga questo incontro, che cioè lo sguardo innamorato con cui il credente si lascia contemplare da Cristo sia veicolo del dono della Sua misericordia. Osservazione e riscontro si muovono allora al confine tra una grande umiltà e un’attenzione molto seria a quelle che sono le ricerche sia di carattere storico sia di carattere scientifico, per aiutare però le conclusioni teologiche-spirituali cui ho accennato, e che sono il vero scopo del pellegrinaggio al
Volto Santo di Manoppello.


Pellegrinaggio del Santo Padre al Volto Santo di Manoppello, 1 settembre 2006:
Il nostro amato Arcivescovo P. Bruno accanto a Benedetto XVI che rivolge il suo saluto ai tantissimi giovani convenuti











Mons. P. Bruno che prega insieme al Santo Padre e al Segretario dello Stato Vaticano S.E. Cardinal Bertone il S.S. Corpo Mistico di nostro Signore custodito nel Tabernacolo e il Santo Volto di Cristo Gesù mite e misericordioso


sabato 19 settembre 2009

Ai discepoli è dato conoscere i misteri del regno di Dio

Gesù rivela ai suoi discepoli: "A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio....". E cosa significa allora questo?
Che non è vero che il Signore è nascondimento, oppure che il suo Santo Volto debba essere contemplato solo in paradiso. La verità è conoscenza, è luce sia in terra che in cielo affinché il Signore sia lodato, onorato e glorificato per l'eternità.
Il motivo fondamentale per cui noi discepoli di questo tempo possiamo conoscere i misteri del regno di Dio, è che durante l'Eucaristia il Signore è in noi e quindi il nostro cuore e il nostro spirito si aprono per farsi riempire dallo Spirito Santo. E' lo Spirito Santo, poi, a farci meditare la "Verità" che è contenuta nell'immagine del Volto Santo di Manoppello, sudario proiettato e impresso sulla Sacra Sindone di Torino dalla luce del Risorto ( Lc. 17, 24-25: Come infatti il lampo guizza da un estremo all'altro del cielo ed illumina ogni cosa, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. - Ma prima egli deve patire molto ed essere rifiutato dagli uomini di questo tempo ).


"Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza" e si può aggiungere questo: facendo contemplare la Verità.

La luce nel Volto di Cristo


domenica 26 agosto 2007

Sindone e Volto Santo: è questo il vero volto di Cristo

















Foto ed elaborazioni di Ateseo

Studio realizzato da Antonio Teseo

La parte indicata con la freccetta rossa nell'immagine sindonica (guardare la prima figura a sinistra) che da tutti gli studiosi è confusa come l'estremità della punta del naso, è in realtà costituita da sangue e va a modellarsi sui lineamenti della fossetta sopra il labbro superiore del Volto Santo di Manoppello (guardare l'indicazione nella seconda immagine): è questa una dimostrazione che il sangue sulla Sindone si è impresso per proiezione.
A questo punto è doveroso fare una riflessione:
"Come si fa scientificamente a proiettare con una luce del sangue, impressionandolo su un telo, il quale va oltretutto a modellarsi anche sui tratti somatici di un volto impresso su un altro pezzo di stoffa?".

Per me, solo Cristo è stato in grado di fare questo perché aveva il controllo assoluto sulla materia.



















Foto ed elaborazioni di Ateseo
1^ immagine: volto della Sacra Sindone di Torino;
2^ immagine: sovrapposizione della foto precedente al Volto Santo di Manoppello.
Questa sovrapposizione computerizzata, ottenuta per luminanza, rivela che nell'immagine sindonica è impresso un riflesso di luce. Il riflesso, osservabile come chiarore, ha contribuito insieme al sangue a rendere la figura indefinita come se fosse un negativo fotografico; alcune ferite che sono visibili nel Volto Santo, nell'immagine sindonica o sono solo parzialmente percepibili oppure non compaiono affatto appunto perché il riflesso impresso le ha nascoste. Il chiarore di luce è anche causa della mancata impressione dell'immagine su alcune parti del volto, come ad esempio sui distacchi che intercorrono tra il sangue impresso sopra gli zigomi, delimitato verticalmente dalle pieghe, e ciò che raffigura solo una parte dei capelli del Cristo.
Continuando a parlare dell'immagine sindonica, ora cerco di spiegare perché essa è composta da sangue (vedere la prova accertata per immagine dal computer nella seconda elaborazione in alto in questo post).
Se come è stato scoperto dagli studiosi, la figura della Sacra Sindone è formata da uno strato in micromètri di polisaccàridi, i quali si trovano nei globuli rossi del sangue trasformati in glucosio, le sue grosse molecole, allora, avendo la peculiarità di non idratarsi completamente nell'acqua e rimanendo sospesi in superficie, avrebbero dato vita all'immagine nel momento in cui si verificò il processo chimico di disidratazione e ossidazione del sangue, il quale è per l'appunto formato quasi totalmente da acqua. La disidratazione e l'ossidazione, come abbiamo ripetuto più volte, sarebbero avvenute nel momento della resurrezione di Gesù, ossia quando i teli furono irradiati da una luce metafisica.
Poiché nell'immagine sindonica non si riscontrano segni di impiastricciamento ematico, anzi, in essa sono rintracciabili addirittura aloni contraddistinti dal bordicino perimetrale di coagulo, si deve allora per forza escludere l'ipotesi di una formazione avvenuta per contatto diretto "Volto di Cristo-telo". Quindi la teoria più accreditabile sarebbe quella che il sangue che si trovava sopra i lineamenti del Volto del Risorto si fosse impresso sul lino per proiezione. E una dimostrazione di questa mia granitica convinzione è riscontrabile particolarmente quando si osserva che le macchie di sangue, benché impresse bidimensionalmente su una parte piana quale è il telo di lino sindonico, si adeguano in sovrapposizione modellandosi sui lineamenti del Volto Santo di Manoppello i quali sono ovviamente macchiati in coincidenza del medesimo sangue.
Devo dire che è questa, per me, anche la prova che le due immagini sacre non rispettano le leggi naturali della fisica e che quindi l'esito dell'esame al radiocarbonio effettuato sulla Sacra Sindone non sia veritiero.